Umberto CuriAlcune linee di autobiografia intellettuale

Quando ho cominciato a studiare filosofia a Padova, nell’anno accademico 1959-1960, la situazione del corso di laurea in filosofia non era molto confortante. Due figure di docenti dominavano incontrastate la scena. Anzitutto, Marino Gentile, allora 54enne, titolare di Storia della Filosofia e incaricato di Filosofia teoretica. Dall’altra parte (in senso letterale, visto che la Facoltà di Magistero era situata nella stessa Piazza Capitaniato, dalla parte opposta della Facoltà di Lettere e Filosofia), il gesuita Carlo Giacon, titolare di Filosofia al Magistero e incaricato di Storia della filosofia medioevale a Lettere. La spiccata personalità di questi due studiosi, unita ad una buona dose di reciproca incompatibilità, aveva indotto a tenere distinti e separati i due Istituti e le relative biblioteche, alimentando un dualismo che solo a metà degli anni novanta, con la chiusura della Facoltà di Magistero e l’attivazione del Dipartimento di Filosofia, si sarebbe infine ricomposto. Benchè il corso di laurea di Filosofia potesse contare allora anche su altri studiosi di assoluto valore (fra gli altri, un grecista davvero geniale come Carlo Diano, al quale devo l’amore per i classici greci che ha segnato tutte le fasi della mia ricerca, e un finissimo e coltissimo storico dell’arte e studioso di estetica, come Sergio Bettini, oltre ad un personaggio di grande levatura anche sul piano internazionale, come Umberto Campagnolo), l’impronta fondamentale conferita agli studi di filosofia era quella di Marino Gentile.
Per un complesso di motivi diversi, l’impostazione generale del corso di studi non mi convinceva: troppo angusto mi appariva l’orizzonte culturale, troppo limitato l’arco storico di riferimento, con l’esclusione di fatto di tutta la filosofia contemporanea, troppo vincolante l’opzione per la metafisica classica quale orientamento omogeneo di pensiero. Perfino la biblioteca dell’Istituto sembrava risentire delle scelte compiute in sede teoretica e storiografica , vista la mancanza delle opere di quasi tutti gli autori successivi a Hegel, a parte Rosmini e Giovanni Gentile. Visto tutto ciò, e visti i miei interessi di ricerca di allora, riguardanti soprattutto la riconsiderazione husserliana della crisi delle scienze europee , e più in generale la riflessione sulle cosiddette scienze umane, scelsi quale relatore per la mia tesi di laurea un giovanissimo docente giunto da Trieste quale professore incaricato di Psicologia. La grande sensibilità epistemologica di Paolo Bozzi, unita alla sua apertura culturale, mi consentirono di svolgere un lavoro che aveva assai poco di psicologico nel senso tradizionale del termine (non ho mai messo piede in un laboratorio), ma che apriva per me un terreno di ricerca più congeniale con i miei interessi. D’altra parte, a conferma del principio della eterogenesi dei fini, dopo l’esame di laurea fu Marino Gentile, che della mia tesi era stato il controrelatore, e non Paolo Bozzi, a propormi di riprendere e sviluppare il lavoro in vista della pubblicazione.
Contemporaneamente, essendo risultato vincitore di un concorso nazionale per borse di ricerca, chiesi e ottenni di poter fruire della borsa presso l’Istituto di Filosofia, ribadendo così il mio scarso interesse per la psicologia sperimentale. Cominciò così – siamo all’inizio del 1965 – il mio rapporto umano e intellettuale con Gentile, all’insegna di una collaborazione complessivamente non facile, segnata talora da alcune reciproche incomprensioni . A ciò si aggiunga che l’esplosione del movimento del ’68, al quale come molti altri anche io partecipai con slancio e forte immedesimazione, acuì ulteriormente le già numerose tensioni esistenti con colui che, in ogni caso, aveva accettato di funzionare come tutore e garante della mia attività di ricerca, e che inoltre mi aveva investito di una mole notevole di lavoro didattico. Nonostante tutto questo, Gentile svolse un ruolo decisivo in quella fase della mia formazione scientifica e intellettuale. A dispetto delle tante divergenze, di lui apprezzavo l’austerità dello stile, il rigore dell’impegno, l’onesta della condotta, l’acume talora tagliente dell’ingegno. Egli mi aveva insegnato molte cose che mi sarebbero risultate preziose nel lavoro scientifico e in quello didattico, riuscendo inoltre ad accogliere e a valorizzare i risultati di una attività che si esprimeva in forme spiccatamente autonome, sia dal punto di vista tematico, che sotto il profilo dell’orientamento complessivo, rispetto alle linee maestre lungo le quali si muoveva quella che allora si chiamava la “scuola padovana di filosofia”. A lui dovevo, inoltre, la pubblicazione del mio primo libro, frutto di una rielaborazione della dissertazione di laurea (Il problema dell’unità del sapere nel comportamentismo, Cedam, Padova 1967), e anche la pubblicazione della monografia alla cui stesura avevo lavorato per oltre tre anni (Analisi operazionale e operazionalismo, Cedam, Padova 1970). Parallelamente, soprattutto quale “ricaduta” dell’intenso lavoro didattico che lo stesso Gentile mi aveva affidato,e che svolgevo con particolare impegno (e con risultati lusinghieri), pubblicavo alcuni lavori sulla filosofia antica (Testimonianze e frammenti dei Presocratici , Radar, Padova 1967; Socrate, ivi 1970; Dagli Jonici alla crisi della fisica, Cedam, Padova 1973). Nel 1971, a trent’anni non ancora compiuti, conseguivo l’abilitazione alla libera docenza in Storia della Filosofia moderna e contemporanea, in base al voto unanime di una commissione presieduta da Michele Federico Sciacca, e composta anche da Tullio Gregory, Giovanni Valentini, Valerio Verra e G.M. Roggerone. Oltre alla discussione dei titoli scientifici, vivamente apprezzata dai commissari, svolsi una lezione sul tema “Scienza e filosofia in Merleau- Ponty”. Nell’autunno dello stesso anno ottenevo l’incarico dell’insegnamento di Storia della filosofia moderna e contemporanea (tenuto in precedenza da Ezio Riondato); presso lo stesso insegnamento conseguivo prima la stabilizzazione (1976), poi l’associazione (1980), e infine la cattedra quale professore ordinario(1986). A partire dal 1995, mi trasferivo infine sulla cattedra di Storia della filosofia. A proposito delle vicende connesse con la “carriera” universitaria, poiché personalmente non ritengo molto significative le peripezie accademiche mie o di altri, mi limito ad un solo dettaglio, almeno per me molto importante. In occasione del concorso a cattedre che mi vide incluso nell’elenco dei vincitori, col voto unanime dei 9 commissari, potei godere della stima di numerosi importanti studiosi, da Paolo Rossi a Enrico Berti a Franco Bianco. La responsabilità di appoggiare con molta determinazione la mia candidatura fu assunta tuttavia da un docente del quale non ero allievo, e la cui opera anzi avevo con fin troppa severità criticato in un testo che avevo pubblicato dieci anni prima. Nonostante tutto ciò, e sebbene fra i candidati egli potesse annoverare anche un suo validissimo allievo, Nicola Badaloni si assunse l’onere di valorizzare il lavoro che avevo svolto fino a quel momento, come semplice espressione di stima personale e come sostegno del tutto spontaneo a chi, come me, si presentava senza poter contare su nessun “padrino” accademico.
Il volume pubblicato nel 1973 (L’analisi operazionale della psicologia, Franco Angeli, Milano) segnava il provvisorio punto di arrivo del mio primo ciclo di indagini, principalmente caratterizzato da un programma di analisi e critica dell’epistemologia. Ridotto all’osso, il fulcro principale delle ricerche condotte nel decennio 1963-1973 può essere individuato nella rivendicazione dell’autonomia del concreto lavoro scientifico, rispetto ad ogni vincolante “griglia” metodologico-filosofica, e dunque nel riconoscimento di una sfasatura non ricomponibile fra il presunto dispotismo del metodo, e l’inevitabile variabilità delle pratiche scientifiche. Dominante nel primo periodo della mia attività di ricerca, l’interesse critico-epistemologico era destinato a persistere anche successivamente, sia pure accompagnato dall’emergere di altre linee di indagine, che avrebbero poi guadagnato una vera e propria centralità negli anni ottanta e novanta. A tematiche vicine a quelle degli esordi sono dedicati infatti altri volumi, comparsi successivamente: La linea divisa , comparso originariamente presso l’editore barese De Donato nel 1983 e poi ripubblicato in versione più ampia nel 1998, col titolo Il mantello e la scarpa. Scienza e filosofia tra Platone e Einstein, Il Poligrafo, Padova; l’introduzione e la cura di alcuni volumi di argomento epistemologico (L’opera di Einstein, Gabriele Corbo, Ferrara 1989; Erwin Schroedinger scienzato e filosofo, Il Poligrafo, Padova 1990; Kosmos. Cosmology between Science and Philosophy, Cambridge University Press, Cambridge 1994; Origini: l’universo, la vita, l’intelligenza, Il Poligrafo, Padova 1993).
Al rilevamento di un dualismo per molti aspetti omologo a quello individuato nei lavori di argomento epistemologico, è improntato anche il secondo ciclo di ricerche, avviato alla metà degli anni settanta, riguardante l’analisi del pensiero marxiano, nel quadro di una forte valorizzazione filosofica della critica dell’economia politica. Proprio mentre i lavori di ispirazione marxista si caratterizzavano per una accentuata torsione in senso ideologico, al servizio di ipotesi politiche spesso di corto respiro, l’ambizione dichiarata del mio programma di lavoro era quella di “trattare” Marx alla stregua di un grande autore “classico”, disimpegnandolo da finalità strumentali e meramente contingenti, e recuperandone dunque una valenza teoretica non legata alla cosiddetta “attualità”, senza tuttavia imbalsamarlo in stereotipi di taglio accademico. Risultato di questa linea di indagine sono alcuni lavori che occupano la seconda metà degli anni settanta: Sulla “scientificità” del marxismo”, Feltrinelli Milano 1975 (e poi, in versione ampliata, 1979); Società civile e stato tra Hegel e Marx, Cleup, Padova 1980; La razionalità scientifica, Abano Terme 1982. Alla stessa tematica sarà anche dedicato un volume, da me introdotto e curato, comparso nel 1990, intitolato I limiti della politica, Franco Angeli, Milano.
All’incirca all’inizio degli anni settanta, si colloca inoltre un evento che risulterà molto importante per lo sviluppo della mia attività scientifica, oltre che sul piano umano e intellettuale, vale a dire l’incontro con Massimo Cacciari. A partire da quel momento, infatti, si avvia un sodalizio estremamente solido e fecondo, all’insegna di una comune ricerca del nuovo, e di un impegno teoretico rigoroso , che va oltre il piano strettamente scientifico, in direzione di una partecipazione civile e politica mai assorbita dentro gli schemi dell’ortodossia, ispirata alla massima autonomia del lavoro intellettuale. Può apparire perfino sorprendente constatare la persistenza di una grande affinità di fondo fra le linee di ricerca sviluppate da Cacciari e da me da oltre trent’anni a questa parte, indipendentemente dalla “qualità” specifica dei risultati conseguiti (mentre ad esempio, non posso pronunciarmi sull’importanza dei miei lavori, ritengo che il cacciariano Dell’inizio debba essere considerato in assoluto uno dei grandi libri della filosofia del Novecento), anche quando la frequentazione diretta fra noi, pur non conoscendo mai interruzioni né raffreddamenti, in tempi recenti ha subito un forzato rallentamento, per via dei molti impegni “pubblici” nei quali Cacciari è coinvolto.
All’inizio degli anni ottanta, si apre il terzo filone della mia attività di indagine, dedicato ad un approfondimento, in chiave teoretica e storico-filosofica, della nozione di guerra. A questo filone possono essere ricondotti soprattutto tre volumi: Della Guerra, Arsenale Editrice, Venezia 1982 (da me curato e introdotto); Pensare la guerra (Dedalo, Bari 1985, nuova versione ampliata, col sottotitolo L’Europa e il destino della politica, ivi 1999); Polemos. Filosofia come guerra, Bollati Boringhieri, Torino 2000. Ritengo che quest’ultimo volume, non solo perché il più recente dal punto di vista cronologico, possa essere considerato il mio lavoro più impegnativo e compiuto, certamente per quanto riguarda la nozione di polemos e, unitamente ad altri due volumi pressochè coevi che menzionerò fra poco, anche più in generale in senso teoretico. In questi stessi anni, per l’esattezza nel 1980, assumo la direzione di una fondazione culturale (l’Istituto Gramsci Veneto) e dopo qualche tempo ricevo anche la responsabilità di dirigere le attività della sede di Venezia dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Nella mia biografia intellettuale, entrambe queste incombenze (alle quali continuo ad attendere ancor oggi) non si sono concretizzate in un mero lavoro organizzativo, ma in un’esperienza estremamente importante, che ha avuto conseguenze di rilievo sulla mia personale formazione culturale e sulla mia stessa attività scientifica. Da un lato, infatti, ho avuto la possibilità di promuovere iniziative di grande livello, anche sul piano internazionale, in numerosi campi (diritto ed economia, cosmologia ed epistemologia, letteratura e politologia) più o meno direttamente collegati alla ricerca filosofica in senso stretto. Dall’altro lato mi si è offerta l’opportunità di calibrare il mio lavoro filosofico in un contesto culturale particolarmente ampio, nel confronto con autori e correnti di pensiero presenti in ambito internazionale. Collegato a questa attività politico-culturale può essere considerato, almeno in buona parte, anche il mio impegno direttamente politico, che si è tradotto nella militanza attiva (fra il 1975 e il 1993) nel più importante partito della sinistra italiana. Una traccia del modo forse non convenzionale, certamente lontano da ogni ortodossia, col quale ho inteso il mio coinvolgimento diretto nell’attività politica, oltre ad una nutrita serie di saggi usciti in periodici nazionali (“Politica ed economia”, “Pace e guerra” , “Alfabeta”, “Democrazia e Diritto”, “L’Unità”, “Rinascita”, “Il Manifesto”, ecc.) sono tre volumi, usciti presso l’editore milanese Franco Angeli, che personalmente considero non mere “divagazioni”, o deragliamenti dall’ambito filosofico, ma che piuttosto esprimono in altro modo il mio approccio alla ricerca filosofica, vale a dire La politica sommersa, 1989; Lo scudo di Achille. Il PCI nella grande crisi, 1990; L’albero e la foresta, 1991.
Diversamente da quanto per lo più accade, la fase più ricca e feconda, e non solo in senso quantitativo, del mio lavoro di ricerca, è quella che abbraccia gli ultimi dieci anni, a partire dalla pubblicazione del volume da me curato e introdotto Metamorfosi del tragico fra classico e moderno, Laterza, Roma-Bari 1991. All’inizio degli anni novanta, infatti, si inaugura la quarta fase della mia attività scientifica, la quale si concretizza in quelle che a me paiono essere le mie opere comunque più significative, qualunque sia il giudizio di merito che su di esse si intenda fornire. Alludo a Endiadi. Figure della duplicità (Feltrinelli, Milano 1995) e a La cognizione dell’amore. Eros e filosofia (ivi, 1997). Unitamente al già citato Polemos, questi testi rappresentano il punto di arrivo (certo, ancora provvisorio) più compiuto del mio percorso di indagine, ai quali è consegnato quello che, con un po’ di enfasi, potrei definire il mio “pensiero”.
Non è questa la sede – e non apparterrebbe, in ogni caso, al mio “stile” – indicare compendiosamente quali siano i motivi caratterizzanti della linea teoretica espressa nei lavori citati. Ma vi è un aspetto che ritengo possa essere sottolineato, come connotato comune non soltanto ai tre volumi più impegnativi, pubblicati negli ultimi anni, ma anche ad altri due libri, apparentemente “minori”, comparsi pressochè contemporaneamente. Alludo a Lo schermo del pensiero. Cinema e filosofia (Raffaello Cortina, Milano 2000) e a Il volto della Gorgone. La morte e i suoi significati (Bruno Mondadori, Milano 2001), da me curato e introdotto. Nota saliente, e non casuale né meramente estrinseca, del complesso di questa produzione è un modo di realizzare l’esercizio filosofico essenzialmente come lavoro su una molteplicità di “testi” diversi, di per sé non appartenenti alla “tipologia” tradizionale dei testi filosofici. Si tratta di alcuni scritti appartenenti alla grande tradizione della drammaturgia classica ( soprattutto tragedie di Eschilo e Sofocle), alcuni exempla desunti dal repertorio della mitologica greco-latina (Orfeo e Euridice, Eco e Narciso, Prometeo, ecc.) e moderna (Don Giovanni), fino ad alcune opere cinematografiche prodotte negli ultimi vent’anni. La scelta di questo “materiale”, intorno al quale realizzare un lavoro specificamente filosofico, non solo in chiave meramente “estetica”, ma al contrario secondo una impegnativa riflessione specificamente teoretica, presuppone ovviamente un certo modo di intendere la stessa filosofia – non come ambito disciplinarmente circoscritto, né definito sulla base di appartenenze accademiche, ma come forma di interrogazione radicale, come tale “aperta” ad un orizzonte di problemi non pregiudizialmente delimitato.
Nel momento in cui scrivo queste pagine, la fase di ricerca appena descritta è ancora in corso. In particolare, sto lavorando da quasi due anni ad un testo (il titolo provvisorio è La forza dello sguardo), la cui pubblicazione presso Bollati Boringhieri dovrebbe avvenire entro la fine del 2002, e ad un secondo libro sul rapporto cinema-filosofia (titolo provvisorio: Pensare il cinema), mentre è imminente (marzo 2002) l’uscita presso Bruno Mondadori di un lavoro che riprende in forma più organica l’analisi filosofica del più importante mito moderno (Filosofia del Don Giovanni).
Concludendo questo scritto, mi accorgo di non aver detto quasi nulla delle cose più importanti , quelle che riguardano, per intendersi, non i meri dati biografici o, peggio, ancora, burocratici, ma che hanno a che vedere col “pensiero”. L’eventuale curiosità di chi volesse attribuirmi, sulla base di queste pagine, una “etichetta”, resterà probabilmente delusa. Difficilmente si potrà trovare un “ismo” per definire il lavoro che ho fatto. Né sarà agevole appiccicarmi un “post” o un “neo” – di qualunque cosa si tratti. Spiacente. Non posso “iscrivermi” a qualche “scuola” di pensiero, solo per accontentare i collezionisti di sigle. Da anni – ma, ad essere sinceri, da sempre – non riesco a “riconoscermi” in un orientamento filosofico fra quelli che sono oggi sul “mercato”. Non ne vado orgoglioso, ma non me ne addoloro più che tanto. So bene che, anche per questa ragione, sono rimasto tagliato fuori dai grandi “giri” dell’accademia filosofica italiana. Ma devo confessare che anche questa emarginazione non mi ha mai particolarmente rattristato. In nessuno fra i molti Congressi di filosofia promossi dalla SFI sono mai stato invitato a tenere una relazione. Mi sono consolato ricevendo inviti da una ventina di Università europee, statunitensi e sudamericane, e con due soggiorni quale visiting professor a Boston e a Los Angeles. Dove non mi hanno chiesto a quale corporazione appartenessi, preferendo misurarsi con i risultati delle mie ricerche, e cercando di capire se i miei libri meritassero o meno di essere discussi. Allo stesso modo, ho cercato di temperare la delusione di non essere organicamente inserito in nessuna “cordata” accademica di quelle che contano, scrivendo qualche libro in più.
Forse potrà soddisfare almeno parzialmente l’interesse di qualcuno se, pur evitando ogni “affidamento” a generalissime visioni del mondo, chiudo queste brevi note con due citazioni, che non sono né vogliono affatto essere una “sintesi” di nulla, ma che mi piacerebbe riprodurre come exergo del mio modo di lavorare nel campo della ricerca filosofica. “Quelli che non sono veri filosofi, ma hanno soltanto una verniciatura di formule, come la gente abbronzata dal sole, vedendo quante cose si devono imparare, quante fatiche bisogna sopportare, come si convenga, a seguire tale studio, la vita regolata di ogni giorno, giudicano che sia una cosa difficile e impossibile per loro…A questa gente bisogna mostrare che cos’è davvero lo studio filosofico, e quante difficoltà presenta, e quanta fatica comporta”
“La libertà non è soltanto l’essere-liberati dalle catene né soltanto l’esser-divenuti-liberi per la luce, ma l’autentico essere-liberi è essere-liberatori dal buio. La ridiscesa nella caverna non è un divertimento aggiuntivo che il presunto “libero” possa concedersi così per svago, magari per curiosità,…ma è, essa soltanto, il compimento autentico del divenire liberi”.

Pubblicazioni:

  • Il problema dell’unità del sapere nel comportamentismo, Padova 1967
  • L’analisi operazionale della psicologia, Milano 1973
  • Dagli Jonici alla crisi della fisica, Padova 1974
  • Analisi operazionale e operazionismo, Padova 1977
  • Anticonformismo e libertà intellettuale: per una dialettica tra pensiero e politica, Padova 1977
  • Psicologia e critica dell’ideologia, Roma 1977
  • La ricerca in America, Venezia 1978
  • Katastrophé. Sulle forme del mutamento scientifico, Venezia 1982
  • La linea divisa, Bari 1983
  • Pensare la guerra. Per una cultura della pace, Bari 1985
  • Dimensioni del tempo, Milano 1987
  • L’opera di Einstein, Ferrara 1988
  • La cosmologia oggi tra scienza e filosofia, Ferrara 1988
  • La politica sommersa, Milano 1989
  • Lo scudo di Achille, Milano 1990
  • The antropic principle, Cambridge 1991
  • Metamorfosi del tragico tra classico e moderno, Bari 1991
  • L’albero e la foresta. Il Partito Democratico della Sinistra nel sistema politico italiano (con Paolo Flores D’Arcais), Milano 1991
  • La repubblica che non c’è, Milano 1992
  • Poròs. Dialogo in una società che rifiuta la bellezza (con Angelina de Lillo), Milano 1995
  • L’orto di Zenone. Coltivare per osmosi (con Federico Friggio), Milano 1996
  • La cognizione dell’amore. Eros e filosofia, Milano 1997
  • Il mantello e la scarpa. Filosofia e scienza tra Platone e Einstein, Il Poligrafo 1998
  • Polemòs. Filosofia come guerra, Bollati Boringhieri 2000
  • Endiadi. Figure della duplicità, Feltrinelli 2000
  • Lo schermo del pensiero. Cinema e filosofia, Raffaello Cortina Editore 2000
  • Ombre delle idee. Filosofia del cinema fra «American beauty» e «Parla con lei», Pendragon 2002
  • Filosofia del Don Giovanni. Alle origini di un mito moderno, Bruno Mondadori 2002
  • Il farmaco della democrazia. Alle radici della politica, Marinotti 2003
  • La forza dello sguardo, Bollati Boringhieri 2004
  • Un filosofo al cinema, Bompiani 2006
  • Meglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, Bollati Boringhieri 2008
  • Miti d’amore. Filosofia dell’eros, Bompiani 2009
  • L’immagine-pensiero. Tra Fellini, Wilder e Wenders: un viaggio filosofico, Mimesis 2009
  • Straniero, Raffaello Cortina Editore 2010
  • Via di qua. Imparare a Morire, Bollati Boringhieri 2011
  • Le verità del cinema, AlboVersorio 2012
  • L’apparire del bello. Nascita di un’idea, Bollati Boringhieri 2013
  • Pensare il tempo. Tra scienza e filosofia, Mimesis 2013
  • Passione, Raffaello Cortina Editore 2013
  • Prolegomeni per una Popsophia, Mimesis 2014

Umberto Curi Prolegomeni per una popsophiaProlegomeni per una popsophia
(Mimesis, 2014)

Proviamo a recuperare la genuinità di un’interrogazione razionale che nulla ha di astrattamente accademico o di intellettualistico, e che si immedesima piuttosto con un’attitudine generale, con un modo di vita. Solo allora comprenderemo che nelle sue origini – e nel suo statuto più proprio – la filosofia è pop-sophia. Anziché una forma istituzionalizzata di conoscenza, un modo di vita e, più specificamente, un modo di essere presenti nella società come coscienza critica, intenta a scandagliare i diversi aspetti della realtà fisica e sociale.

Umberto Curi PassionePassione
(Raffaello Cortina Editore, 2013)

È opinione diffusa che fra ragione e passione esista una differenza radicale: si ritiene che la ragione sia fredda e che il mondo delle passioni sia invece caratterizzato dal dominio dell’impulso. Da questo si fa spesso conseguire una svalutazione della dimensione passionale, che andrebbe tenuta a freno per far prevalere i dettami della ragione. Umberto Curi dissolve qui i molti pregiudizi tuttora prevalenti riguardo alle passioni. Attraverso l’analisi di una molteplicità di opere differenti, dai testi filosofici ai capolavori di Mozart, dai film di Pasolini alle grandi composizioni musicali di Bach, l’autore mostra l’importanza fondamentale che alle passioni è riconosciuta in tutta la tradizione culturale occidentale, dal mondo arcaico greco fino alla nostra contemporaneità, attraverso significativi passaggi all’età moderna.

Umberto Curi L'apparire del belloL’apparire del bello. Nascita di un’idea
(Bollati Boringhieri, 2013)

Bello è un concetto di inquietante complessità, un giacimento di idee e intuizioni dilatatosi nel tempo fino ai confini estremi della riflessione. Bello, bellezza, sono tra le parole più ricorrenti per definire immagini, aure, fantasie e nutrire estri letterari, indugi filosofici. Si parla di bello in riferimento all’aspetto di una persona, alla suggestione di un paesaggio, alla forza comunicativa di un’opera d’arte. Ma si usa anche per indicare la capacità argomentativa di un discorso, la qualità di un’idea, la coerenza di una legge o la configurazione di una galassia. Eppure, a dispetto di una così grande diffusione, non vi è affatto chiarezza né univocità nel modo di intendere questo concetto. Umberto Curi delinea un percorso affascinante e innovativo che, muovendo dal mondo classico greco-latino, quando il bello era ritenuto il requisito di ciò che non mancava di nulla, conduce al pensiero moderno e contemporaneo e ai “tremendi” angeli rilkiani, quando ormai il bello deve lasciare spazio all’assenza. L’apparire del bello, suggerisce Curi, coincide con la manifestazione di un’ambivalenza insuperabile, con la rivelazione di uno scandalo, con l’emergenza di una contraddizione, che tuttavia scalda il cuore e ci consola.

Umberto Curi Pensare il tempoPensare il tempo. Tra scienza e filosofia
(Mimesis, 2013)

Negli ultimi centocinquant’anni, l’esplorazione dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande, i progressi compiuti nel campo della fisica delle microparticelle e dell’astrofisica, hanno portato a un nuovo modo di intendere il tempo, più ancora che a una nuova visione dello spazio. Il tempo non è più un semplice parametro geometrico del moto, ma misura evoluzioni interne a un mondo in non equilibrio. La scoperta della molteplicità del tempo, e della sua insopprimibilità nella descrizione scientifica del mondo, si accompagna anche alla constatazione della “direzione” verso cui esso è orientato, e dunque della sua intrinseca e ineliminabile caducità. Se l’universo non è governato dall’immutabilità di leggi eterne, ma possiede una “storia”, allora il discorso “antico” sulle età del mondo, sulla sua infanzia come sulla sua vecchiaia, può essere ripensato oggi in una luce diversa, come intuizione profondamente anticipatrice, il riconoscimento del carattere qualitativo, plurale, differenziato, ripropone dunque, anche se in termini nuovi, l’importanza di una riflessione sulla nascita e sulla morte, intese come categorie riguardanti non solo isolati cicli biologici o sociali, ma l’insieme dell’universo, la sua storia e il suo stesso destino, tanto in senso scientifico quanto dal punto di vista filosofico.

Umberto Curi Le verità del cinemaLe verità del cinema
(AlboVersorio, 2012)

Tra cinema e verità sembra sussistere un’opposizione insanabile. Mentre, infatti, in quanto è una forma di poiesis, il cinema ha a che fare col “verosimile”, la filosofia tende a raggiungere la verità. A ciò si aggiunga che il cinema appare lontano, in quanto intrattenimento, dall’austera serietà di cui è accreditata la filosofia. Risalendo alla “poetica” di aristotele, e richiamando gli esiti più maturi della filosofia francese della seconda metà del novecento, in questo saggio umberto curi cerca di dimostrare che al cinema può essere riconosciuto uno statuto paragonabile a quello del mythos antico, sicché esso esprime un altro modo, non meno rigoroso rispetto al locos, di sviluppare l’interrogazione filosofica.

Umberto Curi Via di quaVia di qua. Imparare a morire
(Bollati Boringhieri, 2011)

“Via di qua; ecco la mia meta”. Nell’annuncio del protagonista del racconto di Kafka La partenza risuona l’universale della condizione umana, quell’andar via a cui non occorre una destinazione, poiché è già meta in sé: la morte, ineluttabile, inconcepibile, inconoscibile, eppure evento-limite che conferisce alla vita il senso più autentico. Nella sua vicenda millenaria, talvolta la filosofia si è incaricata di strappare alla morte l’aculeo velenoso, ossia di liberare l’uomo dal timore della morte, riducendola a puro nulla, quindi espungendola dall’orizzonte dell’esistenza. Una strategia che il filosofo Umberto Curi non condivide affatto. Come il principe di Danimarca, è convinto da tempo che i contenuti di pensiero abitino anche al di fuori della disciplina che ne è ufficialmente titolare, e li va a cercare con mano sapiente nella tragedia e nel mito dell’antica Grecia, nella poesia e nella narrazione contemporanee. Lì incontra ricchissime testimonianze che, da prospettive diverse, recuperano la morte alla pienezza della vita, senza per questo disinnescare in modo consolatorio il potenziale angoscioso della fine. Sfuggono infatti a intenti edificanti, e non potrebbero mai essere rifuse in un eserciziario della buona morte, simile a quelli diffusi in Occidente secoli fa. Ci possono solo suggerire con Rilke – ed è suggerimento prezioso – che “bisogna imparare a morire: ecco in che cosa consiste tutto il vivere”.

Umberto Curi StranieroStraniero
(Raffaello Cortina Editore, 2010)

Chi è lo “straniero”? Perché ci imbarazza e ci interroga? Perché ci spaventa e ci attrae? Possiamo continuare a illuderci che sia davvero “altro” rispetto a noi? Di fronte all’affascinante straordinarietà di questa figura, stiamo sprecando l’occasione per apprezzare la duplicità irriducibile di una presenza con la quale ognuno di noi sarà chiamato a confrontarsi. La nozione di “straniero” è l’oggetto dell’analisi storica e teorica svolta in questo saggio: dalla sua formulazione nel contesto dell’antichità classica fino agli esiti più rilevanti della ricerca contemporanea, tra Freud e Derrida. Al di là dell’occasionale opzione politica, e dunque della schematica contrapposizione tra rifiuto e accoglienza, si viene ricondotti alle radici di un fenomeno destinato a sollecitare incessantemente l’intelligenza e le passioni dell’uomo contemporaneo.

Umberto Curi Miti d'amoreMiti d’amore. Filosofie dell’eros
(Bompiani, 2009)

Dal racconto platonico del “Simposio” fino alla miriade di versioni della figura di Don Giovanni, l’amore è stato raccontato da una molteplicità di punti di vista diversi. I miti – i racconti, appunto, nei quali questo tema è stato affrontato – sono quasi sempre attraversati da un’inquietudine, espressa in modi differenti. Dal timore, o talora dalla consapevolezza, dell’inanità degli sforzi volti a realizzare la tensione erotica. I miti d’amore spiegano perché l’amore è alla fine impossibile. Quei miti fanno capire ancora oggi quale sia la natura specifica dell’amore. II non poter essere soltanto unione senza essere al tempo stesso separazione, appropriazione senza perdita, appagamento senza insoddisfazione, felicità senza dolore, vita senza morte.

Umberto Curi L'immagine del pensieroL’immagine-pensiero. Tra Fellini, Wilder e Wenders: un viaggio filosofico
(Mimesis, 2009)

Questo libro è il tentativo di occuparsi non di cinema, ma di film. Senza sentirsi in obbligo di giustificarsi. Senza cautelarsi preventivamente con robuste dosi dell’Estetica di Hegel o del saggio di Heidegger sull’origine dell’opera d’arte. Senza bombardare il malcapitato lettore con il napalm delle citazioni. L’intento è di verificare, nel campo aperto della lettura del testo cinematografico, fino a che punto la filosofia “c’entri” o meno con il cinema, senza preoccuparsi che ciò che si dice, lavorando su un film, abbia la qualità di essere “filosofico”. Si vorrebbe insomma considerare una buona volta risolta, o comunque poco interessante, la questione riguardante lo statuto del cinema. E affondare invece – fino a dove si è in grado di farlo, con tutti gli strumenti analitici di cui si dispone – nel vivo dell’opera cinematografica. Per capirla di più, certamente, ma anche e soprattutto per cogliere meglio in essa la presenza di una charis inconfondibile.

Umberto Curi Meglio non essere natiMeglio non essere nati. La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche
(Bollati Boringhieri, 2008)

Al re Mida che gli chiede quale sia la cosa più desiderabile per l’uomo, Sileno, il mentore di Dioniso, risponde perentoriamente: «Non essere nato, non essere, essere niente». Non venire mai alla luce o, se si ha avuto la sventura di nascere, tornare nel nulla quanto prima possibile.
Versioni diverse della sentenza, riferite ad altri personaggi, riecheggiano in una pluralità di fonti, da Erodoto ai grandi tragici, da Aristotele a Plutarco, testimoniando la presenza di una vera e propria tradizione di pensiero, che Umberto Curi ricostruisce nei suoi snodi concettuali talora impliciti. Al riguardo, parlare di un mero pessimismo metafisico risulterebbe riduttivo e fuorviante fuorviante, se non consolatorio. La densità tutt’altro che univoca dell’apologo è rilevata già da Nietzsche, che lo colloca all’inizio della Nascita della tragedia e ne rovescia la valenza corrente in quel dire di sì alla vita in ogni sua manifestazione – compreso il dolore – che costituisce il cuore stesso del sentimento tragico. Una densità che si intensifica e si incupisce quando dall’orizzonte senza Dio dei greci si passa alle denunce bibliche della miseria umana, questa volta al cospetto della potenza divina: il grido di Geremia («Maledetto il giorno in cui io nacqui; il giorno che mia madre mi partorì non sia mai benedetto»), la certezza della radicale nullità del vivere nel Qohelet (tutto è soltanto «soffio», vanitas vanitatum) e la querela angosciosa di Giobbe contro il Signore rimandano alla verità paradossale della fede, alla figura cristologica di Abramo, qui riletta attraverso san Paolo, Kierkegaard e Simone Weil. Nelle sue diramazioni e riformulazioni il motto di Sileno esprime, più che la negatività dell’esistere, l’inattingibilità di un sapere positivamente definito sull’esistenza, e quindi non smette di interpellare sia la ragione dei filosofi sia le forme del pensiero religioso.

Umberto Curi Un filosofo al cinemaUn filosofo al cinema
(Bompiani, 2006)

Curi intende dimostrare come il cinema riesca nella straordinaria impresa di rendere visibile l’intellegibile, di tradurre cioè il pensiero in immagini. Il cinema, o meglio i film sono testi ricchi di significato, di motivi filosofici e sono l’oggetto proprio del libro. Non, quindi, una aporetica teoria del cinema, o un’ennesima teoria estetica su ciò che è bello e ciò che è brutto. Vengono analizzati una ventina di film comparsi nell’ultimo triennio per saggiare in quali forme e con quali esiti la produzione cinematografica corrisponda ai grandi interrogativi di oggi. Il volume è organizzato per temi: la figura dello straniero; il rapporto amore-morte; l’ambivalenza della violenza; l’enigma del tempo.

Umberto Curi La forza dello sguardoLa forza dello sguardo
(Bollati Boringhieri, 2004)

Consegnato a parole, miti, filosofie, letterature e arti, il primato della vista si identifica da sempre con il possesso del sapere e l’esercizio del potere. Se in greco antico il lessico del vedere e quello del conoscere sono tutt’uno, e per il Platone della Repubblica è “filosofo” chi ama “lo spettacolo della verità”, l’equivalenza di teoria e visione che fonda e attraversa l’intera metafisica occidentale non ha nulla del dato acquietante, anzi si configura come una dolorosa drammaturgia che è urgente interrogare. In una densa escursione dai grandi personaggi tragici a Freud, dalla mitologia classica a Bentham, dai dialoghi platonici a Orwell, Umberto Curi indaga le ragioni che rendono lo sguardo così potente. La rapacità dell’occhio, un tempo paragonata alla violenza del lupo e ancora attiva nell’utopia democratica di una trasparenza che bandisca ogni segreto – rasentando l’invisibile onniveggenza dei modelli totalitari -, non esaurisce da sola la “forza dello sguardo”. Non ci sarebbe potenza di visione senza il suo opposto, ossia l’abbagliamento e la tenebra. Il prigioniero della caverna che Platone fa risalire alla luce, Edipo, Narciso, Medusa, il Nathaniel del racconto di Hoffmann L’Uomo della sabbia rappresentano in modi diversi la perturbante coappartenenza di visibile e non visibile, di estraneo e familiare, di identità e alterità che contribuisce a definire l’umano.

Umberto Curi Il farmaco della democraziaIl farmaco della democrazia. Alle radici della politica
(Marinotti, 2003)

Secondo la rilettura del mito di Prometeo contenuta nel Protagora di Platone, sussiste un nesso indissolubile, evidenziato già dalla comune radice etimologica, fra i termini, e i conseguenti concetti, di città, politica e guerra. Le parole greche per designare rispettivamente la guerra (polemos), la città (polis) e la politica (Politikè techne) derivano infatti dalla medesima radice indoeuropea -ptol”. Da questa comune origine linguistica si arriva a spiegare come fra i tre termini vi sia una così stretta connessione anche dal punto di vista filosofico. In questo libro Umberto Curi analizza le molte relazioni che connettono la guerra alla politica, mostrando fino a che punto la prima possa essere considerata il “destino” cui tende la seconda.

Umberto Curi Filosofia del Don GiovanniFilosofia del Don Giovanni. Alle origini di un mito moderno
(Bruno Mondadori, 2002)

Nonostante il gran numero di testi disponibili sulla figura del Don Giovanni se si prescinde dal saggio di Kierkegaard sono invece quasi inestistenti i lavori di taglio filosofico su quello che può essere sicuramente definito il più importante e ricorrente mito moderno. In questo volume Umberto Curi interpreta in chiave filosofica questo mito della modernità, analizzandone le tre versioni classiche, di Tirso da Molina, Moliére e Mozart-Da Ponte. Con un’ipotesi interpretativa destinata a far discutere: Don Giovanni non ha nulla a che fare con il seduttore di cui parla l’interpretazione tradizionale, ma è piuttosto il simbolo intorno al qiale si addensano alcune questioni di grande rilievo filosofico e teologico.

Umberto Curi Ombre delle ideeOmbre delle idee. Filosofia del cinema fra «American beauty» e «Parla con lei»
(Pendragon, 2002)

Dopo i fondamentali lavori di Gilles Deleuze è ormai assodato che gli autori di opere cinematografiche devono essere considerati pensatori, più che artisti, ma non si è ancora definitivamente compiuto il passo di accreditare a tutti gli effetti come “”testi”” almeno potenzialmente filosofici anche le opere cinematografiche, assoggettando di conseguenza anch’esse a quella stessa radicale interrogazione con la quale vengono attualmente affrontati non solo gli scritti dei filosofi ma anche l’arte, la musica, la letteratura. La convinzione da cui muovono infatti questi saggi è che non il “”testo”” in sé stesso, né tantomeno la specifica veste linguistica nella quale è espresso, ma la radicalità dell’interrogazione ad esso rivolta è ciò che peculiarmente caratterizza l’indagine filosofica. D’altra parte, questo assunto non si è finora concretamente tradotto in testi che siano davvero capaci di “”leggere”” le opere cinematografiche in chiave filosofica. Questo testo si propone di farne emergere con chiarezza la filigrana teorica, il “”pensiero”” in esse contenuto. Curi mobilita alcuni temi di grande impegno (il rapporto amore-morte, il problema dell’inizio, la relazione con l’altro, la condizione del perpetuo esilio, il doppio, la guerra, ecc.) per interpretare alcuni fra i film più importanti, e più popolari, degli ultimi due anni, da Matrix a Moulin Rouge, da La stanza del figlio a Il meraviglioso mondo di Amélie, da American Beauty a Luce dei miei occhi, da A Beautiful Mind a Il mestiere delle armi. Ne risulta un percorso affascinante, un libro limpido e coinvolgente nella scrittura, appassionante e a tratti commovente, in cui la grande forza evocativa dell’impianto ermeneutico impiegato si è confermata ampiamente in rapporto a tutti i film esaminati, sebbene appartengano a tipologie anche molto differenti – dal musical alla commedia, dal thriller al kolossal – e pur non essendo molti di essi abitualmente considerati prodotti “”alti””. Lontano da ogni sterile accademismo, ma anche da ogni improvvisazione dilettantesca, aprirà senz’altro un dibattito che potrà coinvolgere tanto i filosofi quanto i critici cinematografici.

Umberto Curi Lo schermo del pensieroLo schermo del pensiero. Cinema e filosofia
(Raffaello Cortina Editore, 2000)

Il cinema può essere considerato un “testo” ricchissimo di temi e motivi propriamenti filosofici. Lo dimostra Umberto Curi analizzando alcuni dei grandi film comparsi negli ultimi vent’anni, da “La messa è finita” a “Nove settimane e mezzo”, da “Adele H.” a “Eyes Wide Shut”: a partire da temi come l’amore, la guerra, il potere, il tempo, la memoria, l’analisi filosofica mette in evidenza come il cinema riesca nell’impresa straordinaria di rendere visibile l’intellegibile, di tradurre il pensiero in immagini.

Umberto Curi PólemosPólemos. Filosofia come guerra
(Bollati Boringhieri, 2000)

Se, come sentenzia Heidegger, «la filosofia non progredisce affatto ma segna il passo sul posto, per pensare sempre la stessa cosa», allora, nella radicale contemporaneità di ogni pensiero, il nostro destino è necessariamente legato al contendere dell’uno con l’altro: non il confronto bonario, l’inoffensivo gioco confutatorio già stigmatizzato da Hegel, ma la contrapposizione fuori di metafora, ossia “pólemos, bellum, Auseinandersetzung” – in una parola, guerra. Perché costitutivamente polemica è la cosa stessa, e la verità che vi si riferisce: il conflitto preesiste ai confliggenti, li genera in quanto tali, e in tal senso è davvero, secondo la parola oracolare di Eraclito, «di tutte le cose padre e re». Dopo duemilacinquecento anni, filosofare è ancora «eracliteggiare».

Umberto Curi EndiadiEndiadi. Figure della duplicità
(Feltrinelli, 2000)

“Mai uno potrà essere equivalente a molti!”, esclama il protagonista dell’Edipo re di Sofogle. “Potessi allontanarmi dal mio corpo!”, invoca vanamente Narciso, condannato a morte dalla scoperta del carattere intransitivo dell’amore nelle Metamorfosi di Ovidio. Nel serrato riferimento ai principali nodi speculativi intorno a cui si articola la ricerca di Parmenide e Eraclito, Platone, Aristotele e Plotino, questo libro rilegge alcuni fra i testi più significativi della tragedia attica, da Eschilo a Euripide e del repertorio mitologico classico, valorizzandone la straordinaria ricchezza filosofica e mostrando attraverso quali suggestivi percorsi di riflessione i protagonisti di quelle vicende possano essere interpretati come figure dell’indissolubile connessione fra identità e alterità, assunta come connotato peculiare della condizione umana.

Umberto Curi La cognizione dell'amoreLa cognizione dell’amore. Eros e filosofia
(Feltrinelli, 1997)

“Non si impara a conoscere se non ciò che si ama, e quanto più profond e completa ha da essere la conoscenza, tanto più forte, energico e vivo deve essere l’amore”. Questa frase di Goethe può essere assunta come filo coduttore del libro di Curi, teso a dimostrare il rapporto di mutua implicazione sussistente tra eros e filosofia. La prima parte del libro, dopo aver offerto un’interpretazione innovativa dei dialoghi ‘erotologici’ di Platone (Fedro e Simposio) tratta delle due versioni (ovidiana e virgiliana) del mito di Orfeo ed Euridice. La blasfema trasformazione dell’agape cristiana in burla, il disvelamento della natura bellica dell’amore, la deliberata e strutturale dissonanaza fra testo letterario e musica sono i grandi temi intorno ai quali è costruita la seconda parte del libro, che analizza il mito di Don Giovanni nelle versioni di Tirso de Molina, Molière e Da Ponte-Mozart.