Umberto CuriAlcune linee di autobiografia intellettuale

Quando ho cominciato a studiare filosofia a Padova, nell’anno accademico 1959-1960, la situazione del corso di laurea in filosofia non era molto confortante. Due figure di docenti dominavano incontrastate la scena. Anzitutto, Marino Gentile, allora 54enne, titolare di Storia della Filosofia e incaricato di Filosofia teoretica. Dall’altra parte (in senso letterale, visto che la Facoltà di Magistero era situata nella stessa Piazza Capitaniato, dalla parte opposta della Facoltà di Lettere e Filosofia), il gesuita Carlo Giacon, titolare di Filosofia al Magistero e incaricato di Storia della filosofia medioevale a Lettere. La spiccata personalità di questi due studiosi, unita ad una buona dose di reciproca incompatibilità, aveva indotto a tenere distinti e separati i due Istituti e le relative biblioteche, alimentando un dualismo che solo a metà degli anni novanta, con la chiusura della Facoltà di Magistero e l’attivazione del Dipartimento di Filosofia, si sarebbe infine ricomposto. Benchè il corso di laurea di Filosofia potesse contare allora anche su altri studiosi di assoluto valore (fra gli altri, un grecista davvero geniale come Carlo Diano, al quale devo l’amore per i classici greci che ha segnato tutte le fasi della mia ricerca, e un finissimo e coltissimo storico dell’arte e studioso di estetica, come Sergio Bettini, oltre ad un personaggio di grande levatura anche sul piano internazionale, come Umberto Campagnolo), l’impronta fondamentale conferita agli studi di filosofia era quella di Marino Gentile.
Per un complesso di motivi diversi, l’impostazione generale del corso di studi non mi convinceva: troppo angusto mi appariva l’orizzonte culturale, troppo limitato l’arco storico di riferimento, con l’esclusione di fatto di tutta la filosofia contemporanea, troppo vincolante l’opzione per la metafisica classica quale orientamento omogeneo di pensiero. Perfino la biblioteca dell’Istituto sembrava risentire delle scelte compiute in sede teoretica e storiografica , vista la mancanza delle opere di quasi tutti gli autori successivi a Hegel, a parte Rosmini e Giovanni Gentile. Visto tutto ciò, e visti i miei interessi di ricerca di allora, riguardanti soprattutto la riconsiderazione husserliana della crisi delle scienze europee , e più in generale la riflessione sulle cosiddette scienze umane, scelsi quale relatore per la mia tesi di laurea un giovanissimo docente giunto da Trieste quale professore incaricato di Psicologia. La grande sensibilità epistemologica di Paolo Bozzi, unita alla sua apertura culturale, mi consentirono di svolgere un lavoro che aveva assai poco di psicologico nel senso tradizionale del termine (non ho mai messo piede in un laboratorio), ma che apriva per me un terreno di ricerca più congeniale con i miei interessi. D’altra parte, a conferma del principio della eterogenesi dei fini, dopo l’esame di laurea fu Marino Gentile, che della mia tesi era stato il controrelatore, e non Paolo Bozzi, a propormi di riprendere e sviluppare il lavoro in vista della pubblicazione.
Contemporaneamente, essendo risultato vincitore di un concorso nazionale per borse di ricerca, chiesi e ottenni di poter fruire della borsa presso l’Istituto di Filosofia, ribadendo così il mio scarso interesse per la psicologia sperimentale. Cominciò così – siamo all’inizio del 1965 – il mio rapporto umano e intellettuale con Gentile, all’insegna di una collaborazione complessivamente non facile, segnata talora da alcune reciproche incomprensioni . A ciò si aggiunga che l’esplosione del movimento del ’68, al quale come molti altri anche io partecipai con slancio e forte immedesimazione, acuì ulteriormente le già numerose tensioni esistenti con colui che, in ogni caso, aveva accettato di funzionare come tutore e garante della mia attività di ricerca, e che inoltre mi aveva investito di una mole notevole di lavoro didattico. Nonostante tutto questo, Gentile svolse un ruolo decisivo in quella fase della mia formazione scientifica e intellettuale. A dispetto delle tante divergenze, di lui apprezzavo l’austerità dello stile, il rigore dell’impegno, l’onesta della condotta, l’acume talora tagliente dell’ingegno. Egli mi aveva insegnato molte cose che mi sarebbero risultate preziose nel lavoro scientifico e in quello didattico, riuscendo inoltre ad accogliere e a valorizzare i risultati di una attività che si esprimeva in forme spiccatamente autonome, sia dal punto di vista tematico, che sotto il profilo dell’orientamento complessivo, rispetto alle linee maestre lungo le quali si muoveva quella che allora si chiamava la “scuola padovana di filosofia”. A lui dovevo, inoltre, la pubblicazione del mio primo libro, frutto di una rielaborazione della dissertazione di laurea (Il problema dell’unità del sapere nel comportamentismo, Cedam, Padova 1967), e anche la pubblicazione della monografia alla cui stesura avevo lavorato per oltre tre anni (Analisi operazionale e operazionalismo, Cedam, Padova 1970). Parallelamente, soprattutto quale “ricaduta” dell’intenso lavoro didattico che lo stesso Gentile mi aveva affidato,e che svolgevo con particolare impegno (e con risultati lusinghieri), pubblicavo alcuni lavori sulla filosofia antica (Testimonianze e frammenti dei Presocratici , Radar, Padova 1967; Socrate, ivi 1970; Dagli Jonici alla crisi della fisica, Cedam, Padova 1973). Nel 1971, a trent’anni non ancora compiuti, conseguivo l’abilitazione alla libera docenza in Storia della Filosofia moderna e contemporanea, in base al voto unanime di una commissione presieduta da Michele Federico Sciacca, e composta anche da Tullio Gregory, Giovanni Valentini, Valerio Verra e G.M. Roggerone. Oltre alla discussione dei titoli scientifici, vivamente apprezzata dai commissari, svolsi una lezione sul tema “Scienza e filosofia in Merleau- Ponty”. Nell’autunno dello stesso anno ottenevo l’incarico dell’insegnamento di Storia della filosofia moderna e contemporanea (tenuto in precedenza da Ezio Riondato); presso lo stesso insegnamento conseguivo prima la stabilizzazione (1976), poi l’associazione (1980), e infine la cattedra quale professore ordinario(1986). A partire dal 1995, mi trasferivo infine sulla cattedra di Storia della filosofia. A proposito delle vicende connesse con la “carriera” universitaria, poiché personalmente non ritengo molto significative le peripezie accademiche mie o di altri, mi limito ad un solo dettaglio, almeno per me molto importante. In occasione del concorso a cattedre che mi vide incluso nell’elenco dei vincitori, col voto unanime dei 9 commissari, potei godere della stima di numerosi importanti studiosi, da Paolo Rossi a Enrico Berti a Franco Bianco. La responsabilità di appoggiare con molta determinazione la mia candidatura fu assunta tuttavia da un docente del quale non ero allievo, e la cui opera anzi avevo con fin troppa severità criticato in un testo che avevo pubblicato dieci anni prima. Nonostante tutto ciò, e sebbene fra i candidati egli potesse annoverare anche un suo validissimo allievo, Nicola Badaloni si assunse l’onere di valorizzare il lavoro che avevo svolto fino a quel momento, come semplice espressione di stima personale e come sostegno del tutto spontaneo a chi, come me, si presentava senza poter contare su nessun “padrino” accademico.
Il volume pubblicato nel 1973 (L’analisi operazionale della psicologia, Franco Angeli, Milano) segnava il provvisorio punto di arrivo del mio primo ciclo di indagini, principalmente caratterizzato da un programma di analisi e critica dell’epistemologia. Ridotto all’osso, il fulcro principale delle ricerche condotte nel decennio 1963-1973 può essere individuato nella rivendicazione dell’autonomia del concreto lavoro scientifico, rispetto ad ogni vincolante “griglia” metodologico-filosofica, e dunque nel riconoscimento di una sfasatura non ricomponibile fra il presunto dispotismo del metodo, e l’inevitabile variabilità delle pratiche scientifiche. Dominante nel primo periodo della mia attività di ricerca, l’interesse critico-epistemologico era destinato a persistere anche successivamente, sia pure accompagnato dall’emergere di altre linee di indagine, che avrebbero poi guadagnato una vera e propria centralità negli anni ottanta e novanta. A tematiche vicine a quelle degli esordi sono dedicati infatti altri volumi, comparsi successivamente: La linea divisa , comparso originariamente presso l’editore barese De Donato nel 1983 e poi ripubblicato in versione più ampia nel 1998, col titolo Il mantello e la scarpa. Scienza e filosofia tra Platone e Einstein, Il Poligrafo, Padova; l’introduzione e la cura di alcuni volumi di argomento epistemologico (L’opera di Einstein, Gabriele Corbo, Ferrara 1989; Erwin Schroedinger scienzato e filosofo, Il Poligrafo, Padova 1990; Kosmos. Cosmology between Science and Philosophy, Cambridge University Press, Cambridge 1994; Origini: l’universo, la vita, l’intelligenza, Il Poligrafo, Padova 1993).
Al rilevamento di un dualismo per molti aspetti omologo a quello individuato nei lavori di argomento epistemologico, è improntato anche il secondo ciclo di ricerche, avviato alla metà degli anni settanta, riguardante l’analisi del pensiero marxiano, nel quadro di una forte valorizzazione filosofica della critica dell’economia politica. Proprio mentre i lavori di ispirazione marxista si caratterizzavano per una accentuata torsione in senso ideologico, al servizio di ipotesi politiche spesso di corto respiro, l’ambizione dichiarata del mio programma di lavoro era quella di “trattare” Marx alla stregua di un grande autore “classico”, disimpegnandolo da finalità strumentali e meramente contingenti, e recuperandone dunque una valenza teoretica non legata alla cosiddetta “attualità”, senza tuttavia imbalsamarlo in stereotipi di taglio accademico. Risultato di questa linea di indagine sono alcuni lavori che occupano la seconda metà degli anni settanta: Sulla “scientificità” del marxismo”, Feltrinelli Milano 1975 (e poi, in versione ampliata, 1979); Società civile e stato tra Hegel e Marx, Cleup, Padova 1980; La razionalità scientifica, Abano Terme 1982. Alla stessa tematica sarà anche dedicato un volume, da me introdotto e curato, comparso nel 1990, intitolato I limiti della politica, Franco Angeli, Milano.
All’incirca all’inizio degli anni settanta, si colloca inoltre un evento che risulterà molto importante per lo sviluppo della mia attività scientifica, oltre che sul piano umano e intellettuale, vale a dire l’incontro con Massimo Cacciari. A partire da quel momento, infatti, si avvia un sodalizio estremamente solido e fecondo, all’insegna di una comune ricerca del nuovo, e di un impegno teoretico rigoroso , che va oltre il piano strettamente scientifico, in direzione di una partecipazione civile e politica mai assorbita dentro gli schemi dell’ortodossia, ispirata alla massima autonomia del lavoro intellettuale. Può apparire perfino sorprendente constatare la persistenza di una grande affinità di fondo fra le linee di ricerca sviluppate da Cacciari e da me da oltre trent’anni a questa parte, indipendentemente dalla “qualità” specifica dei risultati conseguiti (mentre ad esempio, non posso pronunciarmi sull’importanza dei miei lavori, ritengo che il cacciariano Dell’inizio debba essere considerato in assoluto uno dei grandi libri della filosofia del Novecento), anche quando la frequentazione diretta fra noi, pur non conoscendo mai interruzioni né raffreddamenti, in tempi recenti ha subito un forzato rallentamento, per via dei molti impegni “pubblici” nei quali Cacciari è coinvolto.
All’inizio degli anni ottanta, si apre il terzo filone della mia attività di indagine, dedicato ad un approfondimento, in chiave teoretica e storico-filosofica, della nozione di guerra. A questo filone possono essere ricondotti soprattutto tre volumi: Della Guerra, Arsenale Editrice, Venezia 1982 (da me curato e introdotto); Pensare la guerra (Dedalo, Bari 1985, nuova versione ampliata, col sottotitolo L’Europa e il destino della politica, ivi 1999); Polemos. Filosofia come guerra, Bollati Boringhieri, Torino 2000. Ritengo che quest’ultimo volume, non solo perché il più recente dal punto di vista cronologico, possa essere considerato il mio lavoro più impegnativo e compiuto, certamente per quanto riguarda la nozione di polemos e, unitamente ad altri due volumi pressochè coevi che menzionerò fra poco, anche più in generale in senso teoretico. In questi stessi anni, per l’esattezza nel 1980, assumo la direzione di una fondazione culturale (l’Istituto Gramsci Veneto) e dopo qualche tempo ricevo anche la responsabilità di dirigere le attività della sede di Venezia dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Nella mia biografia intellettuale, entrambe queste incombenze (alle quali continuo ad attendere ancor oggi) non si sono concretizzate in un mero lavoro organizzativo, ma in un’esperienza estremamente importante, che ha avuto conseguenze di rilievo sulla mia personale formazione culturale e sulla mia stessa attività scientifica. Da un lato, infatti, ho avuto la possibilità di promuovere iniziative di grande livello, anche sul piano internazionale, in numerosi campi (diritto ed economia, cosmologia ed epistemologia, letteratura e politologia) più o meno direttamente collegati alla ricerca filosofica in senso stretto. Dall’altro lato mi si è offerta l’opportunità di calibrare il mio lavoro filosofico in un contesto culturale particolarmente ampio, nel confronto con autori e correnti di pensiero presenti in ambito internazionale. Collegato a questa attività politico-culturale può essere considerato, almeno in buona parte, anche il mio impegno direttamente politico, che si è tradotto nella militanza attiva (fra il 1975 e il 1993) nel più importante partito della sinistra italiana. Una traccia del modo forse non convenzionale, certamente lontano da ogni ortodossia, col quale ho inteso il mio coinvolgimento diretto nell’attività politica, oltre ad una nutrita serie di saggi usciti in periodici nazionali (“Politica ed economia”, “Pace e guerra” , “Alfabeta”, “Democrazia e Diritto”, “L’Unità”, “Rinascita”, “Il Manifesto”, ecc.) sono tre volumi, usciti presso l’editore milanese Franco Angeli, che personalmente considero non mere “divagazioni”, o deragliamenti dall’ambito filosofico, ma che piuttosto esprimono in altro modo il mio approccio alla ricerca filosofica, vale a dire La politica sommersa, 1989; Lo scudo di Achille. Il PCI nella grande crisi, 1990; L’albero e la foresta, 1991.
Diversamente da quanto per lo più accade, la fase più ricca e feconda, e non solo in senso quantitativo, del mio lavoro di ricerca, è quella che abbraccia gli ultimi dieci anni, a partire dalla pubblicazione del volume da me curato e introdotto Metamorfosi del tragico fra classico e moderno, Laterza, Roma-Bari 1991. All’inizio degli anni novanta, infatti, si inaugura la quarta fase della mia attività scientifica, la quale si concretizza in quelle che a me paiono essere le mie opere comunque più significative, qualunque sia il giudizio di merito che su di esse si intenda fornire. Alludo a Endiadi. Figure della duplicità (Feltrinelli, Milano 1995) e a La cognizione dell’amore. Eros e filosofia (ivi, 1997). Unitamente al già citato Polemos, questi testi rappresentano il punto di arrivo (certo, ancora provvisorio) più compiuto del mio percorso di indagine, ai quali è consegnato quello che, con un po’ di enfasi, potrei definire il mio “pensiero”.
Non è questa la sede – e non apparterrebbe, in ogni caso, al mio “stile” – indicare compendiosamente quali siano i motivi caratterizzanti della linea teoretica espressa nei lavori citati. Ma vi è un aspetto che ritengo possa essere sottolineato, come connotato comune non soltanto ai tre volumi più impegnativi, pubblicati negli ultimi anni, ma anche ad altri due libri, apparentemente “minori”, comparsi pressochè contemporaneamente. Alludo a Lo schermo del pensiero. Cinema e filosofia (Raffaello Cortina, Milano 2000) e a Il volto della Gorgone. La morte e i suoi significati (Bruno Mondadori, Milano 2001), da me curato e introdotto. Nota saliente, e non casuale né meramente estrinseca, del complesso di questa produzione è un modo di realizzare l’esercizio filosofico essenzialmente come lavoro su una molteplicità di “testi” diversi, di per sé non appartenenti alla “tipologia” tradizionale dei testi filosofici. Si tratta di alcuni scritti appartenenti alla grande tradizione della drammaturgia classica ( soprattutto tragedie di Eschilo e Sofocle), alcuni exempla desunti dal repertorio della mitologica greco-latina (Orfeo e Euridice, Eco e Narciso, Prometeo, ecc.) e moderna (Don Giovanni), fino ad alcune opere cinematografiche prodotte negli ultimi vent’anni. La scelta di questo “materiale”, intorno al quale realizzare un lavoro specificamente filosofico, non solo in chiave meramente “estetica”, ma al contrario secondo una impegnativa riflessione specificamente teoretica, presuppone ovviamente un certo modo di intendere la stessa filosofia – non come ambito disciplinarmente circoscritto, né definito sulla base di appartenenze accademiche, ma come forma di interrogazione radicale, come tale “aperta” ad un orizzonte di problemi non pregiudizialmente delimitato.
Nel momento in cui scrivo queste pagine, la fase di ricerca appena descritta è ancora in corso. In particolare, sto lavorando da quasi due anni ad un testo (il titolo provvisorio è La forza dello sguardo), la cui pubblicazione presso Bollati Boringhieri dovrebbe avvenire entro la fine del 2002, e ad un secondo libro sul rapporto cinema-filosofia (titolo provvisorio: Pensare il cinema), mentre è imminente (marzo 2002) l’uscita presso Bruno Mondadori di un lavoro che riprende in forma più organica l’analisi filosofica del più importante mito moderno (Filosofia del Don Giovanni).
Concludendo questo scritto, mi accorgo di non aver detto quasi nulla delle cose più importanti , quelle che riguardano, per intendersi, non i meri dati biografici o, peggio, ancora, burocratici, ma che hanno a che vedere col “pensiero”. L’eventuale curiosità di chi volesse attribuirmi, sulla base di queste pagine, una “etichetta”, resterà probabilmente delusa. Difficilmente si potrà trovare un “ismo” per definire il lavoro che ho fatto. Né sarà agevole appiccicarmi un “post” o un “neo” – di qualunque cosa si tratti. Spiacente. Non posso “iscrivermi” a qualche “scuola” di pensiero, solo per accontentare i collezionisti di sigle. Da anni – ma, ad essere sinceri, da sempre – non riesco a “riconoscermi” in un orientamento filosofico fra quelli che sono oggi sul “mercato”. Non ne vado orgoglioso, ma non me ne addoloro più che tanto. So bene che, anche per questa ragione, sono rimasto tagliato fuori dai grandi “giri” dell’accademia filosofica italiana. Ma devo confessare che anche questa emarginazione non mi ha mai particolarmente rattristato. In nessuno fra i molti Congressi di filosofia promossi dalla SFI sono mai stato invitato a tenere una relazione. Mi sono consolato ricevendo inviti da una ventina di Università europee, statunitensi e sudamericane, e con due soggiorni quale visiting professor a Boston e a Los Angeles. Dove non mi hanno chiesto a quale corporazione appartenessi, preferendo misurarsi con i risultati delle mie ricerche, e cercando di capire se i miei libri meritassero o meno di essere discussi. Allo stesso modo, ho cercato di temperare la delusione di non essere organicamente inserito in nessuna “cordata” accademica di quelle che contano, scrivendo qualche libro in più.
Forse potrà soddisfare almeno parzialmente l’interesse di qualcuno se, pur evitando ogni “affidamento” a generalissime visioni del mondo, chiudo queste brevi note con due citazioni, che non sono né vogliono affatto essere una “sintesi” di nulla, ma che mi piacerebbe riprodurre come exergo del mio modo di lavorare nel campo della ricerca filosofica. “Quelli che non sono veri filosofi, ma hanno soltanto una verniciatura di formule, come la gente abbronzata dal sole, vedendo quante cose si devono imparare, quante fatiche bisogna sopportare, come si convenga, a seguire tale studio, la vita regolata di ogni giorno, giudicano che sia una cosa difficile e impossibile per loro…A questa gente bisogna mostrare che cos’è davvero lo studio filosofico, e quante difficoltà presenta, e quanta fatica comporta”
“La libertà non è soltanto l’essere-liberati dalle catene né soltanto l’esser-divenuti-liberi per la luce, ma l’autentico essere-liberi è essere-liberatori dal buio. La ridiscesa nella caverna non è un divertimento aggiuntivo che il presunto “libero” possa concedersi così per svago, magari per curiosità,…ma è, essa soltanto, il compimento autentico del divenire liberi”.