Sergio Givone

Nato a Buronzo (Vercelli) l’11 giugno 1944, Sergio Givone si è laureato in filosofia a Torino con Luigi Pareyson. Ha insegnato a Perugia, Torino e Firenze, dove attualmente è ordinario di Estetica. E’ stato condirettore, insieme a Carlo Sini, Massimo Cacciari e Vincenzo Vitiello della rivista Paradosso.
E’ stato Humboldt-Stipendiat presso l’università di Heidelberg. Ha tenuto conferenze e cicli seminariali nelle seguenti università straniere: Stanford (Usa), Columbia (Usa), Sorbona (Francia), Paris VIII (Francia), Lille (Francia), Heidelberg (Germania), Stoccarda (Germania), Autonoma di Madrid (Spagna), Complutense di Madrid (Spagna), Barcellona (Spagna). E’ stato visiting professor all’università di Girona (Spagna).
Collabora a giornali e riviste, fra cui “paradosso” e attualmente partecipa a un gruppo di ricerca diretto dal prof. Franco Bianco dell’università di Roma Tre sulla filosofia classica tedesca.
Ha detto a proposito di sè:
“Nei libri cercavo la vita che avrei vissuto io, non quella che era stata di altri. E la trovavo pure. O mi illudevo di trovarla. Ricordo un romanzo di Eugène Fromentin (Dominique, avevo quindici o sedici anni quando lo lessi nella Bur). È la storia di uno che viene dalla campagna, va a studiare a Parigi, gran fiammata intellettuale, ma poi tutto finisce lí, e lui torna a casa. Torino non sarà Parigi, né una cascina fra le risaie un castello in Normandia, ma insomma… e comunque mi sa che a me andrà allo stesso modo, credo di essermi detto.
Cosí non è stato, anche se l’idea del ritorno continua a tentarmi. (Ma dove, e come tornare?) Avendo comunque preso atto che la vita e i romanzi non sono esattamente la stessa cosa, sono andato a cercare anche fra i libri che stanno in quella terra di mezzo. Libri di filosofia, principalmente. Dove la vita si lascia contemplare a distanza. E non fa mai davvero male, non ti inganna, non ti incanta. Infatti la vita di cui si parla non è la tua, ma quella di tutti. Ho letto Kant, come forse non ho letto e studiato nessun filosofo, ma prima ancora Pascal, e poi Kierkegaard, e infine Plotino. Altri? Sí, ma quelli di cui non potrei fare a meno, sono loro. E ho continuato a leggere romanzi. Scegliendoli in base a un criterio infallibile: lo humor, humor vero, humor tragico. In base a questo criterio sono pronto a compiere autentici spropositi. Come per esempio dare l’intera Recherche in cambio de La coscienza di Zeno. O cedere tutto Thomas Mann e tutto Joyce per due o tre racconti di Kafka, o per Flannery O’Connor. Dostoevskij invece me lo tengo stretto. Anche perché è scrittore supremamente umoristico. Dovrei infine dire per quale ragione a un certo punto ho deciso di scriverne, di romanzi. Ma, probabilmente, se lo sapessi non ne scriverei.”