Street Poetry: verba volant, scripta manent (e poi volant)

Donatella Di GiovanniGuru Tascabile0 Comments

Guru Tascabiledi Donatella Di Giovanni |


Chi ha visto anche solo una volta “Il postino” non potrà facilmente dimenticare quella stretta al cuore durante la scena in cui Mario, davanti all’uscio di una porta, seduto a neanche un metro di distanza da Pablo Neruda, come un bambino impacciato e arrabbiato per essere incappato in un inconveniente quale l’innamoramento, viene rimproverato per aver dedicato una poesia alla sua amata Beatrice quando in realtà era stata scritta per Matilde, la donna del poeta. E, sempre come un bambino, l’eterno Troisi, con il suo ingenuo acume e con una giustificazione spiazzante, vola in alto: “eeh, ma la poesia non è di chi la scrive, è di chi…gli serve”.

Adesso, non è mia intenzione addentrarmi nei meandri curiosi dei plagi, né nell’affascinante – ma a me poco alleata – settima arte.
In un universo in cui il digitale è d’obbligo per stare al passo con il presente, la nuova frontiera della poesia è la Street Poetry. Sì, quella lasciata impressa sui muri, sui cartelli pubblicitari, sulle panchine, sui pali della luce, prima che una colata di vernice la cancelli.

Street PoetryMeno diffusa e ancor meno nota della Street Art – talvolta mescolata ad essa – la “poesia di strada” in Italia si mette a nudo togliendosi un capo per volta.
Sorprendente come il dominio assoluto del web, tabù e cumulo di diffidenza di un tempo, diventi così solo un mezzo (ciascun poeta o gruppo ha il suo sito ed è “social”…d’altronde, chi può esimersi dal farlo?) per dare risonanza a quella che, in fondo, è la più antica forma d’arte visiva, la pittura parietale, a sua volta veicolo di poesia. Certo, oggi non si oserebbe mai chiamare una scritta murale “pittura parietale”, ma quale mezzo più immediato – e paradossalmente oggi più “alternativo” – per diffondere una delle più antiche forme d’arte, la poesia?
Chi scrive sugli arredi urbani, chi distribuisce le proprie poesie in foglietti ai passanti, chi li nasconde tra le pagine dei bestseller nelle librerie, nei centri commerciali, nei bagni pubblici. Ciascuno con la propria identità e il proprio modus agendi.

Street PoetryTutti, però, scelgono la città come grande foglio su cui “scrivere” i propri pensieri, non importa se pungenti e di protesta o romantici, se ottimisti o disperati, se scritti nel più elementare stampatello o mescolati ai più elaborati disegni, se in inglese o in uno dei dialetti italiani: l’obiettivo è farsi leggere, farsi leggere, non nei salotti letterari, non durante ricreativi circoli culturali, ma dalla gente comune, da quella che – probabilmente – non ha o non vuole avere confidenza con la poesia, questo genere obsoleto e solo per dandy démodé.
A Genova questo esercito militante si è riunito durante l’appena trascorso weekend, in occasione della II edizione del Festival Internazionale di Poesia di Strada: Poeti der Trullo, Fischi di carta, Gruppo H5N1, Alfonso Pierro, Poesie Pop Corn, Poesia d’assalto, Ivan, Poeti della sera e tanti altri.

Street PoetryNon mancano, come di norma, le critiche: il fine, seppur elevato, non giustifica i mezzi, non è cioè giustificabile che si imbrattino i muri. A me, però, leggere di poesia gettando un semplice sguardo dalla macchina mentre sono imbottigliata nel traffico non dispiacerebbe affatto. Né dispiacerebbe passeggiare su un marciapiede dove per 7 chilometri si stende un vero e proprio “fiume di parole” alternante Gadda, Gibran, Saramago e altri (come a Torino, per riqualificare i quartieri Barca e Bertolla, a opera di Opiemme).

I meno convinti si accontenteranno delle solite scritte oscene e degli imbarazzanti amori sgrammaticati.

D.D.G.


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