Una domenica con Pennac

Donatella Di GiovanniGuru Tascabile0 Comments

Guru Tascabiledi Donatella Di Giovanni |


Ezio Mauro e Daniel PennacC’era una volta, un bambino di nome Daniel.
Andava a scuola come tanti altri, ma lui, lui ogni giorno aveva paura di non farcela.
Gli insegnanti non lo chiamavano per nome, né per cognome, ma “imbecille”; così, Daniel, giorno dopo giorno, aveva finito per credere di essere un ragazzino senza speranze, già uomo fallito.
Nessuno poteva immaginare che quel piccolo “somaro”, un giorno, sarebbe diventato un insegnante, né tantomeno che il suo nome avrebbe avuto un’eco globale in quanto uno degli scrittori più conosciuti e apprezzati al mondo.

Ecco. Non potrei mai improvvisarmi scrittrice di favole, ma ascoltando il buon Daniel Pennac in una calda, caldissima domenica di ottobre a Palermo, nella superba cornice del Teatro Massimo, ho immaginato così l’incipit di questo post.
L’intervista di Ezio Mauro allo scrittore francese ha concluso un ciclo di incontri, “Torniamo a scuola”, organizzato dalla Repubblica delle Idee.
Io, da parte mia, su una comoda poltrona di velluto rosso, ho avuto come l’impressione di esser stata catapultata davvero in un’aula di scuola, non so da quale parte, se dietro un banco o dietro una cattedra (credo sia un lusso della mia età).

Ma Pennac ha fatto di questo “lusso” dei miei pochi anni un cardine del suo pensiero fino a oggi che di anni ne ha settanta. È stato docente in una scuola media e in u.–n liceo parigini, ma non ha mai dimenticato la sua (dolorosa) esperienza da studente.

Diffidente nei confronti dei metodi pedagogici intrisi meramente di teoria, Pennac si erge a paladino della necessità e del dovere etico di insegnare ai ragazzi come superare le paure – a partire da quella di aver ulteriori spiegazioni per non aver compreso – insegnando loro a essere consapevoli delle proprie capacità.
Il titolo dell’incontro, “Sovrani di se stessi”, lasciava all’immaginazione ampio spazio. Ma il fulcro della questione era “si può essere sovrani di se stessi attraverso la scuola?”.
Si sa, la lingua è il primo mezzo che unisce, a patto che non venga confiscata da nessuno.
È proprio dalla lingua che si snoda il pensiero di Pennac: lo stile utilizzato da un docente, talvolta ampolloso o semplicemente troppo complicato per un giovane alunno, il modo in cui ci si pone nei confronti di quest’ultimo, possono scoperchiare il famoso vaso di Pandora o – per rimanere in tema di antichi miti –  al contrario, far compiere un volo pindarico.
E così, passando da Don Milani fino ad arrivare a Gramsci, citati sapientemente da Ezio Mauro, il pensiero di Pennac si chiarisce sempre più: ricorda che l’aggressività non è solo quella fisica, è anche quella verbale; la lingua non può essere aggressiva, solo non terrorizzando potrà creare le condizioni di uguaglianza di cui ogni democrazia – a buon diritto o meno – si vanta.

Volano alte parole come libertà, emancipazione, cultura, ignoranza, apprendimento; lo stesso scrittore chiede scusa per la sua semplicità, per discorsi che teme possano risuonare retorici alle orecchie dei quasi 1500 assisi in silenzio tra platea e palchi.

Scatta un applauso quando parla dei venti anni di parole “confiscate” da un politico in Italia, dei cinque in Francia, forse le riflessioni sulle situazioni socio-politiche attuali o recenti strappano sempre un’empatica accondiscendenza, soprattutto quando si sostiene la necessità, per la classe dirigente di un Paese, di tornare a scuola.

Probabilmente, tra i presenti, molti avrebbero voluto interrompere quel silenzio per gridare “chi insegna agli insegnanti, o ai genitori, come riaccendere il fuoco della cultura, come non indurre a vivere esclusivamente quello che Pennac stesso definisce stato mentale bloccato nel presente dell’indicativo gettando, invece, una luce di speranza sul futuro, chi trasmetterà agli adulti la responsabilità umana ancor prima che educativa di includere i più piccoli in un’entità culturale?”.

Mi piace immaginare che, quasi intuendo gli interrogativi di un attento auditorio, Pennac abbia, a tal proposito – ancor prima di ricevere una domanda – fornito una risposta, parlando di “stupore”.

È questo che bisogna carpire nei bambini; cogliendone la luce negli occhi per aver compreso ciò che poco prima sembrava incomprensibile (si tratti anche di semplici segni tipografici, le lettere dell’alfabeto, assolutamente insignificanti che, poi, uniti tra loro, rendono il primo e più spontaneo concetto della vita umana come quello della “mamma” o del “papà”), si accompagnerà il bambino al di là del fosso che potrebbe condurlo a una vergogna insopportabile, l’incomprensione.

Condizione essenziale per fare ciò, sarà, da adulti, mettersi ancora una volta in gioco e stupirsi nella conoscenza di tutti i saperi, inclusi quelli di cui è fatta l’ignoranza.

D.D.G.


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