Liberati o imprigionati da un #cancelletto?

Donatella Di GiovanniGuru Tascabile0 Comments

Guru Tascabiledi Donatella Di Giovanni |


Chi, un tempo, fissando un telefono, non ha mai pensato all’inutilità di quei due segmenti paralleli incrociati chiamati “cancelletto”? In fondo, un motivo per cui è stato relegato in quell’angolo lì a destra delle tastiere deve esserci stato.

Questa e altre domande esistenziali attanagliavano la mente di me bambina dallo sguardo curioso e dubbioso, finché un giorno, tra i banchi di scuola, giunse una ragione per giustificarne l’esistenza: quella presenza nel codice #31# che consentiva di fare chiamate senza che il ricevente leggesse il numero da cui la telefonata veniva fatta. Erano gli anni degli scherzi telefonici, delle chiamate di controllo o verifica, insomma del “non risponde al mio numero, vediamo se risponde se lo chiamo con l’anonimo”. Dalla (apparente) illogicità all’anonimato: nessuno avrebbe mai scommesso su quel piccolo segno tipografico; eppure la “rivoluzione del cancelletto” sarebbe prima o poi arrivata…
E sarebbe arrivata con un cinguettio. Sì, il social dei 140 caratteri per messaggio, Twitter, ha fatto dell’hash un idolo. Grazie all’hashtag, infatti, è stato reso possibile etichettare una o più parole, creando un collegamento ipertestuale a tutti i messaggi che recano lo stesso hashtag. Fattosi largo anche negli altri social network, il cancelletto estendeva la propria fama fagocitando menti e dita ormai furiose sulle tastiere. Straordinario: un mondo intero focalizzato su un solo argomento, lo scambio di opinioni riguardo qualsiasi tema, e tutto grazie a un semplice simbolo.

Fino ad arrivare al #tagsforlikes. Visibilità. Ecco la vera parola chiave. Dal momento che mi riesce incredibilmente bene fare discorsi stomachevolmente retorici, eviterò di dilungarmi sulla necessità di ostentazione a tutti i costi. Potrei, ma non voglio. Per rifuggire alla tentazione di una inutile filippica, ho provato, allora, a immaginare cosa sarebbe successo se il nostro cancelletto fosse stato posto sotto le luci della ribalta qualche anno prima.

Volendo immaginare – lasciamoci trascinare dalle sceneggiature filmiche – un Leonida dagli occhi invasati concentrati sullo schermo di un pc che twittava questa è #Sparta, probabilmente gli Spartani, alle Termopili, sarebbero accorsi in 3000, e non in 300, e al diavolo la selezione dei migliori opliti, gli spazi angusti, le feste religiose.
E se, durante le campagne russe, le truppe avessero comunicato meglio non proseguire #Russia #simuoredalfreddo, gli eserciti sarebbero stati sterminati allo stesso modo dal gelo?
Dal loro account @marxengels, Marx ed Engels, con un semplice click, avrebbero lanciato l’hashtag #proletaridituttiipaesiunitevi e chissà quale fiume in piena di followers li avrebbe ritwittati.
Se John F. Kennedy, anziché parlare alla folla di Rudolph Wilde Platz, avesse manifestato la vicinanza ai berlinesi twittando Ich bin ein #Berliner, probabilmente l’attenzione non sarebbe stata riposta su quel nefasto articolo indeterminativo e il presidente americano non si sarebbe dato del Krapfen.

Insomma, volendo porre un freno al delirio della fantasia, restano due cose certe: l’esempio del cancelletto che sembra voler dirci di non arrenderci mai, che, in fondo, anche del nulla si arriva a parlare, che tutti possiamo puntare ai famosi quindici minuti di celebrità. E che, intrappolati nella rete delle mode ossessive, sarebbe preferibile non arrivare a leggere nei temi scolastici commenti etichettati da un #. Insomma, come nell’appello di Beppe Severgnini, “Non lasciatevi schiacciare dal cancelletto”.

Ah, a proposito, l’appello è stato twittato.

D.D.G.


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