“Dio e la speranza” – Cacciari alla IX Settimana Alfonsiana

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Quindicinale di informazione culturale Direttore responsabile: Gianfranco Restivo
Anno III. N. 61 – lunedì 29 settembre 2003

“Dio e la speranza” secondo Cacciari alla IX Settimana Alfonsiana di Carmelo Galioto

 

Martedì 23 settembre, presso la sede dei padri redentoristi di via Badia, si è discusso di speranza nell’ambito della IX settimana alfonsiana che aveva per titolo appunto “’ultima speranza di Dio”. Relatore d’eccezione e del pomeriggio è stato Massimo Cacciari che si è distinto, nella filosofia contemporanea, per il costante tentativo di far dialogare filosofia e teologia. Per l’occasione la sala della conferenza si è riempita completamente: un pubblico giovane, seduto sui gradini appena sotto il tavolo e alle spalle del relatore, ma anche adulti e anziani hanno voluto ascoltare la relazione dell’ex-sindaco di Venezia ora preside della Facoltà di Filosofia dell’Università S. Raffaele di Milano.
Proviamo a ripercorrere i ragionamenti di Massimo Cacciari. Il filosofo ha voluto mettere a confronto, mostrando la loro inscindibile relazione, la speranza vissuta dall’uomo greco, pagano, e la speranza pensata dal Cristianesimo. Il greco non spera, il greco sa, tende a sapere; colui che spera si configura come contrapposto a colui che sa, nella misura in cui chi sa è conseguentemente titolare di un potere, e chi può fare o non fare non ha motivo di sperare. Il greco tutt’al più parla di buona speranza, in termini cioè morali, legata a un buon senso comune: la speranza, cioè, che la buona vita che conduco comporti un proseguimento della vita, che la virtù doni immortalità.

Il primato del sapere è quanto di più attuale vi è nella civiltà occidentale, fondata scientificamente su ciò che sappiamo, sui dati che disponiamo, in perfetta conseguenza-deriva dallo spirito greco. L’essere potenti e il sapere eliminano, ab origine, la speranza. Su questo punto preciso, con il confronto con Atene, ci viene incontro il messaggio di Gerusalemme sulla speranza. Il portavoce di questo messaggio è Paolo di Tarso, il quale è pienamente consapevole della domanda che un greco farebbe dinanzi all’annuncio cristiano: qual è il fondamento della tua speranza? Paolo dà conto della speranza a partire da questo interrogativo greco, ponendosi come autentico padre fondatore di quella che oggi si chiama inculturazione della fede. È necessario un fondamento certo, sicuro, saldo. Quale fondamento allora per la speranza annunciata da Paolo? Quello della fede, del rapporto rinnovato, restaurato, fra Dio e l’uomo. Di cosa parla invece Paolo quando accenna alla disperazione dei pagani? Egli, secondo Cacciari, si riferirebbe alla loro infinita ricerca di conoscenza, al loro radicale interrogare, allo scetticismo su ogni cosa: tutto ciò è senza fine perché mai può esservi un termine per questa ricerca. Il greco problematizza sempre; anche quando giunge ai principi primi, ai dogmata, essi sono ri-discussi, ri-pensati. La disperazione dei pagani per Paolo, è essere privi di un fondamento sicuro su cui procedere, e del resto, il termine latino spes, rimanda direttamente a qualcosa che dà piede, che consente di camminare. Questa inquisitio greca, può essere veramente definita o accostata alla disperazione? Secondo il filosofo veneziano no.

La disperazione vera si dà quando tutto è fermo, quando regna la morte. La ricerca greca è, piuttosto, sintomo dell’ uomo vivo che, in modo incoercibile, tende a conoscere, proprio perché è continuamente insicuro, incerto, pre-occupato. Una instabilità che, lungi da condurre a disperazione, produce movimento, ricerca, inventio.

Paolo allora non fa altro che rielaborare questi elementi greci, per esporre, per dire e per comunicare la speranza, dando vita, per Cacciari, a un paradosso. Paolo fornisce come fondamento della speranza cristiana la certezza della fede; ma se vi è una certezza ultima la speranza si ferma, si blocca, muore; la speranza deve muoversi, allora, su un doppio versante che dice una relazione e una possibilità: da un lato vi è fondamento; dall’altro lato, tale fondamento non revoca, non annienta la ricerca inquieta dell’uomo. Infatti è proprio quando vi è inquietudine, aperto dubbio, angustia (così la chiamerà Tommaso d’Aquino), anzi quando vi sarà il punto massimo di angustia è che ci si può aprire, per davvero, a una speranza; speranza che a sua volta è dono, ovvero non è un fondamento trovato e pensato discorsivamente dall’uomo, ma ci è rivelato. Al culmine della precarietà c’è la possibilità di una apertura. Senza questo elemento la speranza si ridurrebbe a utopia, a una elaborazione teorica alla Bloch.

 Le due cose non stanno divise, bensì, secondo un espressione che Cacciari usa per molti altri temi della sua speculazione, gli elementi si distinguono senza separarsi. Una vera e propria teologia della disperazione e dell’angustia si lega, si connette alla speranza come dono di Dio; in questo punto della finitezza dell’uomo, nel suo mancare sempre a se stesso, ci si apre ontologicamente alla speranza. Insecuritas e Securitas si rincorrono e si coimplicano, l’incertezza radicale dà fondamento alla speranza, questo è il paradosso, l’incertezza che fonda.

 Su questo limite, che Cacciari ha ben determinato e che si delinea come un limite fra finito e infinito, il filosofo si chiede se arrestarsi o provare a pensare il movimento di questa relazione. È qui che Cacciari compie il passo speculativo decisivo. La speranza è fondata, certa, perché partecipa della fede, non è certezza in se stessa, trae da altro la propria ratio essendi. Ma ciò non esaurisce affatto il problema della fondazione della speranza. Dal punto di vista filosofico infatti si può capire che ciò che partecipa ad altro per avere la propria certezza non la possegga in sé, ma come può il fondamento, che è certo in se stesso, partecipare ad altro? La relazione non è alla pari; cosa spinge a pensare che il fondamento della speranza partecipi alla speranza? Questo è il punto dolente che, secondo Cacciari, nessuno nella teologia classica ha mai affrontato. La proposta di Cacciari è che nel fondamento stesso, che non è umano, ma rivelato, vi sia una speranza divina che partecipa in quanto speranza, a quella umana. Così la speranza umana è fondata su quella divina e la relazione è alla pari.

 Su quale punto queste due speranze, distinte ma non separate, si incontrano? Sull’annuncio che il regno è in mezzo a noi; che la speranza non è da attendere ma è presente qui e ora. Ma ancora una volta, se tutto è dato, per cosa si è ancora insicuri, per cosa, teologicamente, vi è insicurezza a tal punto da provocare speranza? Per Cacciari si tratta dell’ultima speranza, propria dell’uomo, e forse ancora di più, di Dio: che l’uomo accolga tale notizia, che l’uomo risponda a Dio.

 La riflessione di Cacciari, condotta con un pathos coinvolgente, rappresenta uno spunto interessante innanzitutto per i credenti, per fare i conti fino in fondo con le implicazioni della propria fede. Per il cristiano rimeditare che cosa significa, alla luce di ciò che è stato ripercorso sopra, il rapporto tra attesa e speranza diventa ineludibile.Volevo però sottolineare qualche punto che andrebbe discusso filosoficamente.

 La speranza di cui parla Cacciari è legata nelle pagine di S. Paolo alla discussione filosofica greca che la sottende, principalmente, per esigenze di comunicatio fidei: Paolo doveva annunciare il Vangelo e cercava di usare un linguaggio adatto. In questo modo rischiava di cadere in vizi logici, senza accorgersene; per quanto colto fosse Paolo la sua preoccupazione non era fare filosofia. Il modo in cui Cacciari insiste su ciò risulta un po’ riduttivo per un tema che comporta molto altro (il rapporto con la resurrezione, con l’escatologia). Sono consapevole che non possiamo uscire a buon mercato da certi grovigli: il problema della partecipazione del fondamento alla speranza (e non viceversa) è posto in modo rigoroso dal punto di vista logico, ma penso che proprio perché la ragione discorsiva non può rendere conto fino in fondo del fondamento, occorra postulare un’eccedenza del fondamento stesso. Esso, come infinito amore, si comunica a noi, come qualcosa che ha bisogno di darsi, e quindi vive di questa relazione verso la creatura. Relazione di cui vi è necessità in noi, poiché creati a sua immagine e somiglianza, e in Dio stesso in quanto amante che soffre e manca del nostro amore. In un certo senso, questa è la nostra interpretazione: vi è una finitezza originaria in Dio, per cui egli si supera costantemente, donandosi e annientandosi (Kenosi) e in questa direzione è importante l’accenno decisivo di Cacciari alla speranza divina.

 Il punto di vista logico con cui Cacciari affronta la questione della partecipazione del fondamento certo alla nostra speranza umana sembra ricalcare la problematica della partecipazione delle idee con gli oggetti sensibili, discusso da Platone nel Parmenide. Per quanto affascinante e fondamentale sia il discutere la questione dal punto di vista dei fondamenti filosofici, occorre non dimenticare che la speranza cristiana si fonda su un amore gratuito di Dio, cosa che anche Cacciari sarebbe disposto ad ammettere. La filosofia pone una domanda di fondo e radicale, la fede e la rivelazione raccontano la storia di un amore; questa storia d’amore per l’uomo che pensa, e lo fa fino in fondo, pone a capo dei problemi che sorgono dallo scontro con paradossi e contraddizioni.

 La lezione di Cacciari, insegna a non rimuovere le contraddizioni, ma a sostare in esse, vivendo il loro divino movimento. Di questa fatica dobbiamo farci carico, se vogliamo rispondere in modo pieno di ciò che siamo come esseri umani pensanti.

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