Dalle municipalità e dai movimenti percorsi e suggestioni per una nuova Europa

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Dalle municipalità e dai movimenti percorsi e suggestioni per una nuova Europa

 Luca Casarini e Gianfranco Bettin ne discutono con Massimo Cacciari e Toni Negri

Forum del 7 luglio 2003 – Padova Sherwood festival

 

Luca Casarini

Quello che proponiamo questa sera è un momento di discussione collettiva che riguarda l’Europa. E’ chiaro che ci viene semplice, probabilmente, parlare di Europa perché dal punto di vista mediatico abbiamo visto in questi giorni l’exploit berlusconiano che ha dato inizio al turno di presidenza italiana che durerà fino a dicembre. Queste notizie hanno messo tutti di fronte ad un fatto di cui pochi erano a conoscenza, ossia che si sta scrivendo una costituzione in Europa; o meglio che i governi, gli Stati, le banche centrali, le forze politiche rappresentate nei parlamenti stanno, in realtà, scrivendo una costituzione – chiamata “convenzione” – e credo che per noi sia importante definire attorno a questo tema una prospettiva differente. Abbiamo pensato di farlo attraverso suggestioni, percorsi, domande che faremo a Toni e a Massimo, perché pensiamo sia importante aprire questa discussione e farlo nella maniera più orizzontale possibile. Pensiamo sia importante definire una nostra idea di Europa o quantomeno riuscire a mettere a confronto le nostre idee sull’Europa al di fuori dello schema che sembra già scontato. I due grandi schemi sono quelli che ci vengono dalla politica ufficiale; l’Europa dei macro-stati o l’Europa super-stato, l’Europa della mediazione con gli Usa fatta in un certo modo o l’Europa della subordinazione agli Usa, tipo quella di Berlusconi. Se è giusto utilizzare anche questo per capire cosa si sta muovendo, in realtà la suggestione dell’Europa può e deve rappresentare per noi il modo per reintrodurre un meccanismo di ragionamento collettivo che vada fuori dagli schemi e che parli della vita dei cittadini e delle cittadine europei e soprattutto della vita all’interno di questo spazio europeo dal punto di vista delle nuove insorgenze sociali. Facciamo un esempio per capirci. Questa “convenzione” viene scritta come se il problema dei migranti fosse solo un problema: c’è una uniformità di visione (e questo riguarda da una parte e dall’altra i diversi schieramenti) sul fatto che la regolazione dei flussi migratori in questo continente viene fatta attraverso politiche non di riconoscimento dei nuovi diritti, ma di affermazione di nuove possibilità per il potere di incarcerare persone, di blindare frontiere, di avere legislazioni differenziate. Questo è solo un esempio, ne vogliamo fare un altro: il mancato riconoscimento della nuova dimensione del lavoro. La flessibilità viene vista semplicemente come possibilità di ridurre il lavoro ad oggetto e quindi togliergli qualsiasi caratteristica e rivendicazione soggettiva, legata ai diritti delle persone. Stiamo parlando della nuova forma del lavoro, in particolare quell’enorme bacino di lavoro che elegantemente può venire legato alla “new economy” ma che noi abbiamo definito “lavoro postfordista”, cioè tutto quel bacino di lavoro materiale e immateriale che è dentro a una dimensione di produzione in cui la società intera è la fabbrica e non più collocata all’interno di dinamiche produttive che abbiamo conosciuto nel corso del secolo passato. Su tutte queste suggestioni è giusto discutere e ragionare insieme fuori dagli schemi.

Quando parliamo di Europa, parliamo di Europa degli Stati e vediamo che l’Europa degli Stati e i suoi confini geografici sono ben definiti (al di là delle ultime modificazioni). Credo che parlare di una nuova Europa debba significare parlare di uno spazio in cui viene compreso il Mediterraneo e l’est dell’Europa, perché sempre più l’elemento di comunità, gli elementi in comune, di un rapporto che esiste tra noi e i popoli del Mediterraneo o la produzione, come dinamica in comune, dell’est europeo fanno si che la nostra Europa dovrebbe avere dei confini differenti, dovrebbe essere uno spazio politico disegnato non sugli equilibri raggiunti dopo le varie guerre, ma disegnato su una nuova dimensione che è quella delle relazioni e della dinamica della vita sociale vera.

Gianfranco Bettin

Per favorire la discussione, volevo aggiungere solo una cosa: riguarda la possibilità che l’Europa e in Europa si possa giocare una partita diversa da quella che la superpotenza americana sta giocando oggi. Per ragionare sulla falsariga di una tematizzazione di quello che è successo negli ultimi 10 anni nel mondo e su cui abbiamo lavorato un po’ tutti, ci sono grandi domande che si pongono. L’Europa in questo spazio imperiale che si è costruito può fungere da spazio contraddittorio sia perché ospita conflitti particolari sia perché è spazio di conflitti che hanno questa consapevolezza? L’Europa può essere uno spazio che contraddice quella costruzione imperiale? E quindi, possiamo dirci europeisti in questo senso, con tutto l’equivoco che può girare attorno a questa parola? L’Europa può essere un luogo in cui la grande mobilitazione che in questi anni è cresciuta contro la globalizzazione neoliberista e in particolare da ultimo contro la guerra come strumento normale di ridefinizione di rapporti di forza, come forma normale della politica può ritrovarsi in uno spazio più libero che offra opportunità maggiori per contare e farsi sentire e difendersi da questa prepotenza?

Massimo Cacciari

Credo che dovremo cercare di dialogare il più possibile e quindi questo mio intervento sarà schematico e rapido. Sui “confini d’Europa” la discussione potrebbe essere infinita. Da sempre l’Europa non ha confini, dal punto di vista geografico è difficile tracciare una “geografia europea”, perché l’Europa non si può immaginarla senza spazi mediterranei, senza mediazioni con il Medio Oriente, senza la terza Roma… ossia Mosca. E’ chiaro che se noi ci imbarcassimo in questa discussione il tema diventerebbe affascinante ma anche poco pregnante dal punto di vista politico. Non a caso il nostro Presidente del Consiglio dice che bisogna allargare alla Russia e all’Europa. Concretamente, in linea generale, sotto l’aspetto di filosofia della storia, io potrei essere anche d’accordo, ma in realtà oggi intorno a questo tema si gioca una battaglia politica molto ravvicinata e cioè chi ha intenzione di mettere in tilt la costruzione europea gioca anche la carta del suo “non avere confini”… e allora, mettici dentro la Turchia, la Russia… per “non fare niente”… Bisogna stare molto attenti in questa materia delicata, perché vi è un aspetto strategico, culturale, filosofico complessivo che va curato, discusso, tenuto a mente ma nello stesso tempo vi è un risvolto politico pragmatico che minaccia, se viene messo avanti, di indebolire la costruzione europea oggi realisticamente possibile, e questo è il gioco di Bush e di tutti coloro che all’interno dell’Europa oggi tendono a indebolire la costruzione europea, in primis il governo italiano. La seconda questione, invece, ha anch’essa due dimensioni/aspetti: da un lato è evidente che se noi pensiamo ad una globalizzazione multipolare, cioè se noi non pensiamo al globale come un pensiero unico, ma lo pensiamo articolato su polarità forti, storicamente ricche e dotate di significato è evidente che se noi vogliamo pensare questo e praticare una strategia conseguente abbiamo un bisogno vitale d’Europa. L’Europa è assolutamente necessaria, perché è chiaro che nessuno stato in quanto tale, oggi, può pensare di poter contraddire dal punto di vista politico-militare, ma dal poter costituire un’altra polarità rispetto alla polarità rappresentata dagli Usa. E’ evidente che nessun stato di per sé può garantire una multipolarità, una multicentralità e quindi è necessaria l’Europa. La costruzione di un’Europa politica, di una unità politica europea è assolutamente necessaria se pensiamo a molti dei motivi che poi affronteremo. Noi dobbiamo pensare sì globalmente, ma dobbiamo pensare il globale come articolato al suo interno, in una serie di dimensioni culturalmente e storicamente ricche e dotate di significato. Quindi un globale formato da molti spazi che non possono più essere quelli statuali tradizionali, perché quell’epoca è certamente tramontata. Quando durerà questo tramonto, nessuno lo sa! Ma che la sovranità statuale così come s’è organizzata e si è andata formando nei secoli precedenti, che questa forma di sovranità sia giunta al suo termine – per quanto gli stati contino ancora e valgono ancora – mi pare del tutto evidente. Ritengo che se ragioniamo in termini globali ma vogliamo pensare a una globalità come articolata in termini poliarchici, che significa che parla diverse lingue, culture, storie, ebbene l’Europa è il tassello primo e fondamentale per costruire questa prospettiva e strategia perché all’orizzonte non ve ne sono altre di disponibili. O c’è l’Europa per iniziare a costruire questa prospettiva, oppure questa prospettiva non si costruisce. Quindi l’Europa è necessaria. A questo punto si apre il discorso “quale Europa?”. Non è sufficiente dire “occorre una Europa politica” o “un’unità politica europea” perché questa unità politica la puoi ricostruire anche in molti modi: può essere un’unità politica che si rappresenta e si configura in termini subordinati rispetto agli Usa, un’unità politica a sovranità limitata, un’unità politica subordinata ma anche quella un’unità politica. Questo non è un discorso astratto, perché questo lo si verificherà molto rapidamente in quella che si chiama la “costituzione europea” perché alcuni principi di quella costituzione possono richiamare esplicitamente elementi, richiamare strategie che configurano l’Europa come una contraddizione rispetto alla strategia attuale degli Usa e alla attuale amministrazione, oppure su quegli stessi argomenti ci può essere una totale rimozione. Le bozze che ho un po’ studiato uscite dalla convenzione lasciano largamente presumere che questa sia la strada che si va ad imboccare. Una strada che su alcune questioni come ordine politico e diritti sociali e su come si configura una cittadinanza europea rimuovono il problema. Alcuni autori già lo confessano. Habermas nelle ultime cose dice chiaramente che per lui è più che sufficiente una costituzione europea che conserva i diritti fondamentali che l’Europa ha acquisito nella sua storia e nel corso del secondo dopoguerra in particolare, cioè una visione conservatrice della “costituzione europea”. D’altra parte però io non sono pessimista perché il meccanismo della convenzione ha innescato un processo che è difficile rendere reversibile. Finora l’Europa è stata costruita attraverso trattati, i padroni dei trattati sono gli Stati, quindi vi era una sovranità dei diversi Stati sulla costruzione europea che era fuori discussione. Con questa convenzione qualcosa di nuovo, se non altro dal punto di vista delle procedure, e le procedure contano eccome nella costruzione europea, c’è stato, qualcosa è cambiato. Non ci sono più solo gli Stati ma c’è anche questa convenzione. Naturalmente da parte di molti c’è ogni sforzo affinché la convenzione non sia una “convenzione costituente”, perché la convenzione dia come suo frutto un riordino dei trattati, cioè un “super-trattato”. Questo tentativo è evidente e su questo si gioca una durissima partita, perché alcuni paesi non ci stanno: ci sono quelli “neoatlantici” che sposano completamente questa linea (la costituzione come un super-trattato che non affronta alcuna questione politica di principio) e altri che ancora resistono nel tentativo che la convenzione sia una convenzione costituente. Ma la logica della convenzione è una logica costituente, quindi c’è una contraddizione nella quale si può giocare, paese per paese e nella quale possono giocare i movimenti se sono interessati alla prospettiva generale che ho detto.

Toni Negri

Negli ultimi anni mi trovo in buona parte d’accordo con quello detto da Massimo e questo mi sembra estremamente importante e non credo sia perchè Massimo rappresenti il livello politico che si piega sul livello di movimento. Credo che il movimento sia cresciuto in maniera tale da poter sviluppare su tutti i livelli – sociale, politico e teorico – una prospettiva verso la quale le forze politiche devono piegarsi. Il discorso che Habermas e Deridda, grandi filosofi europei, hanno pubblicato qualche settimana fa, – al di là delle riserve giuste e sacrosante sul contenuto di questa proposta che faceva Massimo – diceva che per la prima volta un demos europeo si è rappresentato il 15 febbraio all’interno/attraverso le lotte per la pace. Un demos europeo è un troppo dire, d’altra parte rischia di essere un’affermazione mistificante. E’ giustissimo quello che diceva Massimo che se esisterà mai un popolo europeo, questo esisterà dentro tutte le diversità, tradizioni diverse, lingue, culture diverse, pratiche diverse della storia di quello che chiamiamo europa. Però c’è un elemento fondamentale che come sempre appare quando eventi enormi appaiono: c’è una precedenza dei movimenti rispetto al politico. Sono i movimenti che prefigurano il politico, sono i movimenti che danno a quelle che sono le realtà politiche dei sensi… e sono i movimenti solamente che possono portare le realtà politiche al di là di quello che sono. Il processo costituente è in atto, a questo punto si tratta di farlo rappresentare nella sua maniera più piena. Detto questo, è fuori dubbio che le due questioni che ci sono state proposte hanno avuto da Massimo una risposta totalmente corretta. Soprattutto sulla questione dei confini io sarei ancora più drastico di quanto ha detto Cacciari. E’ chiaro che l’apertura dei confini dell’Europa, del progetto europeo è stata assolutamente imposta da forze che non volevano l’Europa. E’ chiaro che l’inserimento dell’est europeo, che pure abbiamo subìto, è stato per infiniti versi proposto dagli americani ed accettato dalle forze liberali in Europa. E’ chiaro d’altra parte che un movimento costituente europeo oggi si deve essenzialmente piantare su quella che è una conversione federalista dei movimenti, delle popolazioni, una operazione federalista che punti verso l’interno, che punti essenzialmente verso la “piccola Europa”. Faccio un esempio: il tribunale internazionale penale. Questo tribunale è promosso dall’Onu, approvato in Europa, è stato combattuto pesantemente dagli Usa. Gli Stati Uniti proponevano a ciascun paese che non accettava il tribunale internazionale proposto dall’Onu vantaggi militari, finanziari, ecc. La “piccola Europa” ha reagito in proposito ed è stata efficace: ha bloccato dicendo che chi andava d’accordo con gli Usa sul rifiuto del trattato penale – che significa che i militari o cittadini americani che sono in giro per il mondo e che commettessero delitti gravi, delitti contro l’umanità non potessero essere puniti – non sarebbe potuto entrare in Europa. E’ stata una cosa efficace, immediata su un piano marginale ma essenziale: marginale perché non toccava l’insieme dei problemi che riguardano la costruzione europea, ma efficace rispetto a quella che era lo slabbramento continuo dei confini d’Europa. Tutto questo però pone il problema: ma l’Europa deve essere solo questo elemento marginale, la fine dell’Asia? No, ma può essere qualcosa di diverso solamente nella misura in cui si pone, ma si pone potentemente, in termini di forza come elemento di passaggio, come elemento che man mano riesce veramente a rappresentare un modello non semplicemente per sé ma per gli altri. Qualcuno diceva, credo in maniera non ridicola, l’Europa comincia a porre la sintesi tra Lenin e Madison, tra una concezione radicale sociale e quindi di estinzione della potenza borghese e capitalistica sullo Stato e quella che è la capacità di articolare poteri, multilivelli, capacità ampie e articolate di espressione della volontà delle moltitudini. Introducendo il discorso in questi termini, credo che si tratti effettivamente di rilanciarlo rispetto alle cose sulle quali il nostro accordo è evidentemente chiaro. Si tratta di rilanciarlo chiedendoci quali sono le forze disponibili, cercando di identificare queste forze disponibili a un progetto europeo che, evidentemente, è necessario perché gli stati nazioni sono totalmente in crisi, perché è impossibile controllare qualsiasi tipo di potenza – dalla potenza armata, purtroppo ancora necessaria, alla potenza finanziaria e monetaria che è assolutamente necessaria per stabilire i rapporti sociali, le misure del lavoro in una società, a quelli che sono i rapporti di comunicazione assolutamente centrali dal punto di vista produttivo oltre che dal punto di vista della costruzione di nessi e connessioni biopolitiche, sociali, economiche, vitali in questo nostro mondo. Oggi siamo di fronte ad un passaggio, ed è il passaggio della convenzione. Gli stati europei si sono incontrati ed hanno stabilito una carta – che non chiamerei costituzionale ma semplicemente convenzionale – nella quale, come diceva Cacciari, esiste una cosa fondamentale il passaggio da quello che è un rapporto tra stati a un rapporto costituzionale interno europeo. Questo passaggio, però ha dei limiti sostanziali: gli Stati, in particolare i governi, intervengono in questo rapporto riportando dentro tutte le contraddizioni che i rapporti sociali, i rapporti di classe hanno affermato, affermano e consolidano nell’attuale situazione. Come si fa, oggi, a sviluppare un’azione che renda l’Europa non semplicemente una cosa unitaria, perché ” una cosa unitaria” significa molto ma può anche significare poco. Può significare una delle tante regioni (come la Cina, o l’America Latina raggruppata negli accordi con gli Usa, oppure l’Africa, con il viaggio di Bush, l’Asia del Pacifico dalle Filippine all’Australia che sono diventate basi militari fondamentali del controllo della dissoluzione dell’impero sovietico) nelle quali l’impero si muove a direzione americana. Come si fa a rendere l’Europa oggi quello che vogliamo, quello che i movimenti vogliono, cioè il paradigma di un modello globale di democrazia assoluta, di democrazia radicale, di democrazia che comprende in sé il principio della pace, del reddito di cittadinanza, che comprende in sé l’universalità della cittadinanza. Un’Europa che cominci a porre queste cose in forma di un processo proprio perché nessuno di noi vuole porre queste cose in termini assoluti, ma come finalità. Vi rendete conto che per la prima volta possiamo cominciare a parlare di queste cose? Possiamo parlarne in termini che non sono più astrattamente ideali, in termini che non sono più illuministici. Possiamo parlare di una realtà nella quale il nostro vivere diventa potenza/eccedenza, diventa capacità di

comunicare e costituire rapporti sociali a livello globale, in cui l’impero possiamo rivoltarlo come un calzino, cioè farlo diventare un indumento che indossiamo.

Gianfranco Bettin

Volevo riprendere uno spunto contenuto in questo intervento: il nesso tra questo spazio europeo e la questione del federalismo. La capacità/possibilità che abbiamo, nei territori che abitiamo, di costruire forme di rappresentanza e democrazia diretta, forme costituenti. L’evidenza del nesso non è così chiara, anzi c’è il rischio che parte dei movimenti oscillino tra una dimensione della visione grande (l’Europa) e un orizzonte più concreto e locale, e quindi più angusto, senza cogliere il nesso tra le due cose. Varrebbe la pena esplicitare questa relazione tra la costruzione di forme di rappresentanza nuove sul territorio e un contesto europeo, che vorremmo poter immaginare capace di tutte quelle potenzialità di cui si è parlato. Credo sia molto importante far capire che è un pezzo dello stesso percorso, altrimenti rischiamo di concepire quell’impegno come una sorta di fuga dalle cose che fronteggiamo localmente o, viceversa, quest’ultimo come un ripegamento sulle cose – che in mancanza di capacità di influire sui grandi scenari della storia e della politica – ci accontentiamo di fare. La grande novità di questi anni è la percezione di questo nesso da parte delle singole persone che fanno i movimenti, però politicamente si stenta a tematizzarlo, a renderlo evidente.

Luca Casarini

Nella seconda metà degli anni ’90 ci siamo trovati a riproporre una discussione sul federalismo, in tempi in cui era difficile farlo, nel senso che arrivavamo in ritardo rispetto a quello che si stava muovendo sulla dissoluzione dello stato nazione – in particolare in questa regione. Credo che oggi noi abbiamo un’occasione formidabile di mettere al centro un terreno politico di inchiesta, di pratica politica, di movimento costituenti, perché arriviamo nei tempi giusti dentro a questa dimensione e soprattutto ci arriviamo – alla questione dell’Europa – nel tempo giusto perché credo che la guerra in Iraq abbia spiegato, nella sua tragica evidenza, che cosa significa la dimensione imperiale e i suoi contrasti per i diritti di tutti. Quale legalità internazionale esiste, dopo la guerra in Iraq? E soprattutto, oggi è possibile riprodurre un meccanismo per cui è l’Onu che dovrebbe garantire questo tipo di dimensione? Credo che sia evidente che questo non è possibile. Il dato dell’Europa, come veniva descritta in questi due interventi, lo troviamo costruito anche dentro una dimensione di accumulazione di forza, pensiero teorico e pratica dei movimenti, non ci arriviamo nella desolazione totale, ci arriviamo dopo il 15 febbraio. Ci arriviamo dopo l’affermazione, che continua, di un meccanismo che è quello della rottura della fortezza Europa. Le lotte dei migranti definiscono quell’Europa senza confini che a noi serve per dire che i nuovi diritti di cittadinanza sono e devono essere l’elemento portante di questa nuova Europa. Violare la legge Bossi-Fini non è semplicemente un esercizio umano, ma è anche una pratica politica fondamentale per costruire un’altra dimensione di Europa. Quando avevamo avviato e proposto il dibattito sul federalismo non aveva la potenzialità di “essere in un tempo giusto” e credo che il “tempo giusto” della dimensione che viviamo disegni anche l’idea che bisogna far crescere dentro le nostre società, comunità, dentro le nostre pratiche quotidiane. L’idea che globale e locale per noi significa Europa. La dimensione del contrasto tra il globale e il locale che viene continuamente riproposta anche nella nostra testa va spazzata via nella costruzione di uno spazio comune, ovviamente uno spazio delle diversità, uno spazio delle municipalità intese come “le cose in comune” delle diversità. Credo che questo elemento dell’Europa vissuto come processo costituente che è l’insieme dell’espressione dei movimenti debba essere una battaglia politica e culturale fondamentale che noi giochiamo a 360 gradi, dentro e fuori i movimenti. E’ evidente che battersi per una nuova Europa significa cogliere l’aspetto potente di questo ragionamento, significa ricollocare tutto quello che facciamo dentro una prospettiva che vive il globale e il locale nella stessa maniera, non lo contrappone, non ne dà una dimensione di differenza antagonistica ma ne dà una dimensione di miscela potente che noi dobbiamo vivere, quando andiamo ai vertici e quando stiamo nei nostri territori a costruire altre città o a resistere alle chiusure, alle occupazioni militari delle città, alle violazioni dei diritti o quando apriamo nuovi diritti e nuovi spazi.Penso che questa suggestione sia importante, altrimenti rischiamo di non cogliere l’urgenza di questo ragionamento. Rischiamo di ridurre il dibattito sull’Europa a coloro che firmano trattati, al problema di quante belle o brutte figure fa Berlusconi. Rischiamo di ridurre la nostra potenza sociale che si e’ espressa contro la guerra disegnando un’Europa diversa e sognandola… rischiamo di non usare questo elemento. Credo che anche dentro i movimenti ci sia il problema di affermare che il nostro essere per l’Europa e per una nuova Europa e’ una scelta insindacabile. Non c’è possibilità di tornare a un meccanismo per cui si e’ contro l’Europa dei padroni perché si e’ favore di un ritorno dell’isola statuale o di un pubblico statale che ci dovrebbe difendere da chissà cosa. E’ evidente che questa suggestione e obiettivo ha bisogno di contenuti, altrimenti anche noi facciamo la fine del supertrattato; non si puo’ semplicemente sommare tutto cio’ che si muove, dobbiamo produrre un programma, un’idea di programma post-socialista, perché e’ chiaro che tutto ciò che c’e’ prima parla il linguaggio o della subordinazione alla dinamica imperiale che stiamo osservando o parla il linguaggio degli stati morti. Come si fa a non pensare che oggi e’ necessario cogliere alcuni aspetti di innovazione e produrre su questo nuovi conflitti. Pensiamo al tema del “lavoro”: il lavoro immateriale, precario, lavoro con dimensione di differenziazione di diritti. Il reddito di cittadinanza, per esempio, dobbiamo farlo diventare un punto fondamentale di differenza. Come si fa a non pensare che la questione dei migranti sia questione paradigmatica per tutti noi per ridisegnare una nuova democrazia globale “delle moltitudini”? E’ impensabile che noi riduciamo la lotta che stiamo facendo contro destra e sinistra sulla questione dei migranti (e il caso CPT e’ emblematico!) a una semplice, anche se pregevole, questione di intervento per difendere i diritti umani. Pero’ stiamo anche forzando, e penso che così vada letta questa questione, per costruire un nuovo tipo di programma su cui sviluppare nuovi conflitti e questo e’ ciò che può costruire l’unica Europa possibile, perché tutto il resto la disegnano nelle stanze delle banche centrali, nelle dinamiche di potentati burocratici delle forze politiche morte.

Massimo Cacciari

Mi pare che si sia d’accordo sul fatto che se si intende lavorare per un globale che sia poliarchico, policentrico, organizzato per grandi spazi è necessaria l’Europa. Io ritengo che qualunque movimento esprima questa strategia deve confrontarsi con la costruzione europea in termini non solo ideali ma anche pratico-politici. E questo mi pare un’acquisizione importante: ora vediamo che cosa significhi questa Europa, perchè un’Europa che è un paradigma di riorganizzazione poliarchica del pianeta deve essere un’Europa che nella sua costruzione esprime questa strategia, cioè che è costruita in modo coerente con questa strategia generale. E qui è la questione: Gianfranco parla di federalismo europeo. E’ anche troppo semplice mostrare come è chiaro che se tutti gli stati europei che ancora contano sono organizzati in modo centralistico difficilmente si può dare vita a un’Europa politica federalistica. Stati organizzati in modo centralistico danno vita a solidi trattati e in ogni trattato ogni stato sovranamente può decidere di limitare in parte la sua sovranità su alcune materie ma è una decisione sovrana dello stato sovrano, anche quella della sua autolimitazione di sovranità su alcune materie, e l’Europa finora è andata avanti così. Dicevo prima, la convenzione almeno dal punto di vista formale/procedurale è un fatto nuovo e può innescare una prospettiva nuova perché accanto agli stati c’è la convenzione che, bene o male, è un altro corpo sovrano – pur con tutti i suoi limiti è una novità. Ma sta a noi forzare questa novità, sta a noi svilupparne tutte le potenzialità perché di per sé è chiaro che il 90% degli stati europei cercano di rimuovere questa novità e far si che il prodotto della convenzione sia un macrotrattato o un riordino di tutti i trattati esistenti. Questo tentativo sarà “il” tentativo svolto dal presidente italiano in questo semestre; “il tentativo”. La presenza di una opposizione politica, sociale, di movimento, parlamentare a questo tentativo è essenziale. Sicuramente la maggioranza degli stati europei e soprattutto quelli che godono di maggiori favori da parte degli Usa si muoveranno in questa prospettiva. Quindi per tornare alla domanda di Gianfranco è evidente che se si interrompesse il processo di riforma federalistica, ad esempio nel nostro paese, questo indebolirebbe ancora di più la prospettiva che prima ho indicato… ed è esattamente la situazione in cui ci troviamo. Questo governo e i suoi atti concreti, per quanto attiene alla sua linea è chiarissimo: questo governo, e i comuni ne sanno qualcosa, ha rimesso in moto un meccanismo centralistico poderoso su tutte le questioni che riguardano trasferimenti, politica finanziaria, ecc. e questo è coerente con l’atteggiamento politico che questo ed altri governi terranno in questa delicatissima fase dalla convenzione alla possibile costituzione. Quindi la battaglia federalistica che è in contrapposizione alla battaglia regionalistica – noi abbiamo cercare di dirlo e praticarlo per qualche anno Il federalismo non era suddividere la torta, non era trasferire da una stanza all’altra i vecchi meccanismi di potere, era ridare voce a comunità originarie, a un’espressione di autonomia sociale e farle decidere e non partecipare. Se questo processo si interrompe nei diversi stati, non avrà alcuna possibilità di riuscire a livello europeo, soprattutto dove quelle forze che sono acerrime nemiche delle vecchie logiche statuali puntano al macrostato. A Bruxelles e a Strasburgo ci sono forze molto potenti contro le vecchie logiche statuali e che appaiono rivoluzionarie, ma in realtà hanno la logica del macrostato e cioè la logica della sparizione di ogni spazio democratico, perché dove puoi far valere la partecipazione democratica, su quale piano di assetto immediatamente europeo e internazionale se non c’è una partecipazione qui, se non ci sono i comuni, se non ci sono spazi di autonomia sociale? Per andare nella direzione che qui auspichiamo i soggetti sono queste comunità, questi organismi, queste espressioni autonome che devono trovare sintesi, momenti di organizzazione, di dibattiti, di presentazione di piattaforme strategiche programmariche comuni, ma questo non può essere un lavoro da qui a 10 anni, questo deve essere un lavoro che va fatto ora, perché, badate, alla fine dell’anno noi abbiamo una “carta”… poi sarà difficile modificarla! Inviterei a pensare in termini politico-programmatici su alcune cose: le questioni su cui tutti parlano, ma non sono decise.

Pensiamo ad esempio al principio consensuale o no, non fermiamoci su questo perché è evidente che su certe materie “un diritto di veto” è inevitabile che resti… su alcune materie di politica estera non puoi pensare che la Gran Bretagna accetti il principio di maggioranza… è del tutto velleitario, sono solo chiacchere. Il problema non è quello, perché quello un po’ alla volta lo puoi sfogliare, perché se il meccanismo funziona lo puoi “educare” un po’ alla volta su quelle questioni. Sono altre le questioni sulle quali io ho paura e sulle quali il movimento potrebbe incidere, insieme ad altre forze politiche: la grande contraddizione che si può aprire e che farebbe saltare per aria l’Europa non dal punto di vista dei potenti, ma dal punto di vista del movimento è se in qualche modo non si incardinano in questa carta alcuni dei diritti di cui prima si parlava, che cosa avviene? Avviene che tu avrai una “costituzione europea” assolutamente più arretrata di tutte le costituzioni nazionali, perché tutte le costituzioni europee – a partire da quella italiana a finire dalla spagnola, passando per quella tedesca – non sono costituzioni improntate a principi formali di liberalismo, sono questioni delle quali lo stato si fa carico di interventi specifici in alcune materie. Allora o tu hai una costituzione europea che va più avanti e allora crei una cittadinanza europea che si può combinare virtuosamente con l’identità linguistiche e culturali, oppure chi se ne frega di essere cittadino europeo se l’Europa diventa uno spazio economico, subordinato dal punto di vista politico-militare agli Usa. Questa è la questione: o noi riusciamo entro l’anno a potere dibattere in tutta Europa una carta che abbia alcuni semi di valore strategico oppure se manca questo, ricominciamo da capo? E chi ci segue? Rischiando anche di dare spazio non tanto ai micronazionalismi regionalistici tipo Bossi, Heider, ecc., ma agli elementi presenti e forti all’interno di forze politiche e democratiche che dicono “il welfare ce lo difendiamo nazionalmente, non è materia europea”. E allora… che cosa diciamo dell’Europa? A questo punto crolla il meccanismo, perché senza Europa un’organizzazione mondiale poliarchica e policentrica te la sogni. E’ nei prossimi mesi che si deciderà se puoi avviare la prospettiva qui auspicata oppure no.

Toni Negri

Quando Massimo parla e pone questo problema, pone in effetti il problema della crisi della socialdemocrazia in Europa. Cioè la crisi di una socialdemocrazia oramai diventata completamente corporativa e quindi capace di sostituire nella difesa di interessi egoistici di parte della società le minoranze regionaliste alla Bossi. Qui tocchiamo un limite fondamentale. Quando un momento fa si diceva che qui si tratta di proporre un programma postsocialista, si diceva che questa convenzione europea può diventare costituente solo nella misura in cui i suoi contenuti sociali diventano non semplicemente la somma di quelli che sono già previsti nelle costituzioni degli stati nazionali, conquistati dalle lotte della classe operaia, dalla resistenza, dall’antifascismo, da un secolo e mezzo di lotte “costituenti”, ma quando questo passaggio europeo può diventare un passaggio che inventa nuovi diritti, nuove condizioni nelle quali i rapporti di lavoro, i rapporti di classe si sviluppano. Qui siamo effettivamente al punto in cui dobbiamo dire che il secolo e mezzo di socialismo che abbiamo vissuto è finito ed è finito non perché non ci abbia lasciato un’eredità enorme di diritti e dignità, di storia ma perché è solamente a partire dalla coscienza che dobbiamo andare al di là di questo e non semplicemente muoverci sulla base della difesa di quanto è stato conquistato e che oggi viene rosicchiato. Quello che è stato conquistato viene tolto perché oggi non c’è più una forza per sostenerlo, perché la composizione della classe operaia, dei lavoratori, del lavoro delle moltitudini è completamente mutato. Solamente se ci affacciamo a questa realtà, noi possiamo oggi cominciare a capire cos’è il passaggio europeo, cioè il passaggio alla costruzione di una entità collettiva che abbia forza all’interno della globalizzazione, dentro i nuovi rapporti di forza che la globalizzazione pone in maniera irreversibile. Continuo a leggere, non solo dai movimenti ufficiali, ex-socialisti, da parte di teorici legati alla stagione del welfare, posizioni pessimistiche sia rispetto alla globalizzazione sia rispetto a questa tappa di costituzione europea. C’è un sacco di gente che in fondo fa dei discorsi molto radicali – parte della socialdemocrazia tedesca, gran parte della socialdemocrazia inglese, una parte limitata ma importante (soprattutto sull’estrema sinistra) della “socialdemocrazia francese” – fanno discorsi decisamente difensive corporativi. Cosa significa far coincidere la battaglia per l’Europa con una battaglia per un programma post-socialista? Significa avere la capacità di quando si è creato il movimento noglobal e che ci ha portato a trasformare il linguaggio politico e la stessa consapevolezza e coscienza che della realtà politica avevano gli attori (e quando dico attori non intendo i rappresentanti che sono rimasti uguali a prima, ma intendo le persone che si muovevano), così rispetto alla questione europea dobbiamo far coincidere la ricostruzione critica del movimento operaio, del movimento di sinistra, la ricostruzione della sinistra attorno a questo problema. Questo significa che tutte le posizioni che oggi la sinistra italiana rappresenta su questo terreno sono posizioni caduche e perdenti. Questo significa che noi dobbiamo cercare alleanze nei sindacati, nei movimenti legati all’organizzazione della vita, legati alla lotta e all’organizzazione ecologica, nei movimenti che si legano ai problemi di genere, ovunque dove il nuovo di questa situazione sia in qualche modo rivelato in maniera federativa e certe volte si è anche riuscito a passare attraverso alle istanze di potere locale… noi dobbiamo lì cercare assolutamente di cominciare a definire i nuovi obiettivi attorno i quali muoverci. Noi abbiamo avuto due grandissime lotte che si sono sviluppate in Europa nell’ultimo periodo attorno ai problemi del lavoro: una è stata la battaglia per la riduzione del tempo di lavoro (la battaglia sulle 35 ore). I socialisti francesi l’hanno fatta addirittura diventare una legge. L’altra battaglia è stata quella sull’art. 18, che è stata una battaglia per difendere i vecchi diritti legati al lavoro. Queste due battaglie sono state perdute e sono state perdute perché oggi il lavoro investe la vita e non ha senso dire 35 ore, io dico che ne voglio lavorare 12 ore! Il problema dell’art. 18 è un problema fondamentale; i diritti non posso perderli, ma se non riesco a immaginare una maniera concreta per farli diventare nuovi, non ha senso! Quando noi lasciamo alla destra sulla base di un dogmatismo legato alle realtà passate e morte, battaglie di questo genere noi abbiamo perduto. Quali sono le nuove battaglie da fare sul lavoro? Riconoscere che ogni momento della vita è nel lavoro, che in ogni momento della vita noi produciamo, che noi siamo realtà biopolitiche, che questo è il momento di porre ed imporre questi orizzonti all’interno della battaglia sulla convenzione europea. Evidentemente nessuno di noi è più un estremista: ci hanno troppo picchiati e ci siamo piegati e però esisterà pure un modo per imporre cose naturali/ovvie nel dibattito politico. Come si fa a spiegare oggi che, proprio nella misura in cui ognuno lavora, il padrone è diventato inutile, parassitario e che lo sfruttamento si fa su tutta la società? Come si fa a spiegare questo in termini concreti? Ed è su questi problemi che oggi noi possiamo allargare una piattaforma del lavoro, una piattaforma di difesa e di sviluppo su questo terreno. La questione non è solo quella dell’urgenza di questo problema: quello che è importante è mettere in piedi un movimento costituente che sia anche costituente di un programma nuovo. E’ importante che oggi il movimento si possa riconoscere come un movimento maturo che vada al di là dell’attuale esistenza della sinistra così com’è, che riconosca la sinistra così com’è altrettanto parassitaria e vuota dei padroni. Oggi, la convenzione è veramente la possibilità di un riconoscimento di una nuova realtà sociale che si presenta dicendo alle forze politiche “se volete vincere questa battaglia globale contro l’unilateralismo americano, potete vincerla solamente con un alleanza con queste nuove forze, sul terreno dell’espressione della regolazione del lavoro sociale”. Questo è l’unico terreno su cui voi potete porre un problema concretamente politico. Non ci battiamo contro gli Usa, ma contro il governo capitalistico della mondializzazione.

Gianfranco Bettin

C’è una questione che è rimasta sullo sfondo: qual’è lo strumento di questa battaglia? Di strumenti ce ne sono molti: c’è la dimensione federativa orizzontale delle esperienze dei movimenti e di chi, in questi anni, ha riaperto sia una battaglia per la critica alla globalizzazione neoliberista, contro le guerre prodotte in questi anni e ha posto anche la questione di un programma nuovo che vada oltre le esperienze otto/novecentesche, ma questa pluralità di percorsi stenta a trovare momenti di unificazione forte, capaci di impedire che di questa mobilitazione si giovi qualcuno che appartiene ai vecchi schemi, che svuoterebbe della loro portata queste esperienze. Questo è un problema che abbiamo nei movimenti: riusciamo a dare dimensione politica, fare sintesi politica di queste esperienze, oppure regaliamo l’onda lunga dei cambiamenti nella coscienza delle moltitudini a qualcun altro, come accaduto in altre fasi? Certo, questo è un ciclo con pochi precedenti in cui chi partecipa della vita dei movimenti ha grande consapevolezza e autonomia: non solo i movimenti sono autonomi, ma sono le moltissime persone che li compongono a pensare con la propria testa. Spesso, però, c’è l’impressione che alla fine la “capitalizzazione politica” di questo cambiamento culturale vada a giovare qualcun’altro, che le vecchie socialdemocrazie, le vecchie sinistre ne escano non solo ringiovanite ma rinvigorite e legittimate nel pensarsi all’avanguardia, mentre in realtà sono, tutt’al più, una intelligente retroguardia di questa mobilitazione. Riusciamo, quindi, senza pensare di fondare un nuovo partito a trovare la dimensione/spazio politico affinché queste cose contino, si autorappresentino, e si diano uno strumento capace di operare quella sintesi che imponga questi temi e che mostri la vecchiezza degli altri schemi che sopravvivono? Se non ci riusciamo, rischiamo di depotenziare tutto, rischiamo di portare un contributo allo svuotamento non solo dei processi decisionali ma addirittura della stessa partecipazione. Da questo punto di vista, io non sono pessimista: credo non sia vero che dopo le grandi mobilitazioni contro la guerra (ma anche quelle da Seattle in poi) ci sia stata una caduta del movimento. Credo che il movimento segua i percorsi che l’hanno portato a quelle grandi emersioni, ma che questi siano percorsi in gran parte autonomi, con tempi e dimensioni propri, e che in questo stia la forza di questo movimento, la sua vera autonomia, la sua capacità di continuare nei propri progetti senza dipendere da scadenze imposte ma anche di fronteggiare scadenze imposte e in quei momenti esce, che si tratti di mandare all’aria un summit o di contrastare la decisione di entrare in guerra. Quindi vedo, con realismo, la realtà di un movimento che dura, ma vedo anche la debolezza specificamente politica e su questo vorrei ragionassimo nelle mille sedi che abbiamo, perché lì dovremmo tematizzare la questione affinché non venga dispersa, affinché quella capacità di egemonia politica culturale, anche comunicativa, quindi questa capacità di presenza/insediamento sociale permanente che il movimento ha mostrato in molte occasioni diventasse qualcosa di pienamente politico. Penso che questo obiettivo sia alla portata, ma non sia sufficientemente tematizzato e discusso in questi termini.

Luca Casarini

Penso anch’io che questi ragionamenti debbano trovare un meccanismo di sintesi e ricomposizione, e credo che questa sia una strada obbligata per tutti coloro che pensano che la trasformazione sia possibile. Ciò che muove la maggioranza delle forze politiche è la convinzione comune che non si trasforma niente, ma solamente si gestisce quello che c’è. Credo che questa sia la grande differenza con i movimenti di pensiero e di piazza. Una settimana fa è successo un fatto legato alla dinamica di scontro tra diplomazia europee e statunitensi sugli Ogm. Chiaro che qui la battaglia non è di tipo ludistico, ma sostanziale. Su questo argomento ci battiamo contro uno degli strumenti capitalistici di proprietà intellettuale, innanzitutto, e che non riguarda unicamente la questione agricoltura, ma che è una battaglia ecologista globale che spiega cosa sta avvenendo nel mondo: il fatto che la produzione si sia spostata dentro la vita è determinato anche dal fatto che i brevetti si fanno sul Dna, non più solo sulle macchine. E’ questa la discussione che va fatta sugli Ogm. Il problema non è se fanno male oppure no: il problema è quello di capire cosa significa affermare il principio scritto nero su bianco che 5 società multinazionali posseggono dal punto di vista della proprietà intellettuale il brevetto su forme di vita. Questo è un dato sostanziale che spiega quello che si diceva prima e cioè quanto in là noi dobbiamo guardare quando facciamo battaglie come questa, evitando di ripiegarci e complicarci la vita credendo di semplificare le questioni. Bisogna che parliamo di come stanno le cose: è successo che un presidente di regione Piemonte ha minacciato di distruggere i campi transgenici di cui è disseminato il nostro paese anche senza legge. Guardando questo fatto, dobbiamo trovare la maniera di pensare questo percorso come quel famoso spazio di incontro tra democratici e ribelli, perché è fondamentale che questa battaglia ce la giochiamo bene. Questo significa che se veramente siamo convinti che è un meccanismo costituente quello che serve per costruire una nuova Europa e che quello che stanno costruendo è un simulacro che può ingabbiare anche il futuro, visto che quando una carta è scritta, afferma dei principi ma anche una metodologia possibile, significa che noi dobbiamo mettere in campo un conflitto durissimo sulla dinamica costituente. Il secondo punto è: come è possibile intrecciare diversi tipi di autonomie dentro un percorso comune ma diversificato? Io credo con degli obiettivi comuni che si disegnano e si affermano su un programma che affermi queste cose. Questo è fondamentale, se riusciamo a farlo perché lo scontro non sarà debole, sarà durissimo. Noi dobbiamo riuscire a riprodurre Seattle e Genova contro la firma della convenzione europea, perché di fronte non abbiamo il ventre molle di uno stupido che fa il comico (Berlusconi), abbiamo una strategia politica che si sposa con quella enorme strategia politica messa in campo da un altro che doveva fare il comico. Credo che però dobbiamo dirci anche come stanno le cose, dando questa forza di suggestione. Gianfranco ha associato anche il meccanismo della comunicazione come meccanismo di autonomia e credo sia fondamentale. Per esempio, parlare di programma post-socialista… dobbiamo farlo diventare uno slogan perché dobbiamo rompere le incrostazioni che ci tengono fermi. Non è possibile ritornare a fare cortei con gente che è contro l’Europa e per lo stato nazione! Non è possibile tornare di nuovo a discutere se è giusto o sbagliato smontare un Cpt per migranti all’interno dell’Europa o sentire la “sinistra” dire “no, dobbiamo costruirli piccoli e umani”! Dobbiamo rompere questo atteggiamento, perché noi dobbiamo conquistare l’Europa! Non c’è nessun trattato che ce la consegna. Credo che la suggestione dei diversi livelli va costruita così. Ad esempio il federalismo di cui parliamo è il federalismo delle autonomie che, come scrisse Cacciari, si contrappone al centralismo dei macrostati, si contrappone al centralismo dell’Europa super-stato, all’idea di un impero unipolare. Penso che questo abbiamo la possibilità di farlo in più dimensioni. Nella dimensione della società disobbedendo alle leggii imposte da chi occupa l’Europa in questo momento, disobbedendo ai Cpt, agli Ogm, all’idea per cui le lotte sul lavoro sono legate alla formalizzazione di quante ore ti vengono assegnate di lavoro, come se il precariato globale fosse una nostra invenzione, come se fosse una nostra invenzione il fatto che il diritto alla mobilità, all’abitazione, all’esistenza sono diritti fondamentali, senza i quali non si costruisce niente. Quando Berlusconi fa della società dello spettacolo un paradigma, noi lo possiamo anche rovesciare perché la società dello spettacolo è biunivoca, possiamo rovesciare l’idea di Europa usando anche la forza suggestiva che ci mettono questi individui per imporci una cosa che non è l’Europa. Riusciamo a rompere questi schemi, sapendo che lo scontro è duro, e parlare di programma post-socialista, di combattere dentro e fuori per affermare una nuova idea?

Massimo Cacciari

Condivido l’idea che la ricostruzione di una sinistra in Europa ruota intorno acostruzione della medesima Europa. Se l’Europa ne uscirà come macro-statoo peggio come una provincia allora sarà anche la fine della sinistra, perchébattaglia che la sinistra ha di fronte in tutte le sue componenti è la costruzione dell’Europadi cui si è parlato. E’ davvero un’epoca che si potrebbe aprire oppure un’epoca che si chiude definitivamente. Non volevo enfatizzare la scadenza dell’approvazione della convenzione, però non vi è alcun dubbio che è una scadenza molto importante e che metterà degli ostacoli che sarà difficile saltare. Per cui inviterei a una discussione accurata per individuare quali sono i punti di forza e debolezza su cui far leva per interloquire con tutte le forze politiche in modo autonomo e proposito. E’ una scadenza importante; certo il movimento costituente di cui si è parlato non si ferma lì, però potrebbe incontrare in un certo risultato un ostacolo che per rimuoverlo potrebbe risultare difficilissimo. Una carta nella quale non c’è traccia di federalismo, di nuove forme di cittadinanza, non vi è alcuna invenzione di nuovi diritti, hai voglia, poi, di rimettere in movimento la baracca, con un’opinione pubblica europea che naturalmente in quella carta non si riconoscerebbe e quindi con una difficoltà di rapporto non con ceti politici, ma con i movimenti stessi. Detto questo, non c’è alcun dubbio che le tradizioni socialdemocratiche non solo servono a poco per la costruzione di questa identità, però attenzione, perché la domanda rivolta al ceto politico europeo (soprattutto di tradizione socialdemocratica laica o cattolica) è “dovete dirmi – prima di parlare di questa Europa, dei suoi destini, del suo futuro possibile e necessario – se intendete fare politica oppure no? Quando voi parlate di unità politica europea intendete una potenza politica oppure una aggregazione di comunità che la coabitano?” Perché se intendete fare politica e volete costruire un’Europa che sia un modello politico, molte delle vostre tradizioni sono inservibili . Sarebbe sbagliato vedere questa osservazione solamente in modo polemico: qui si tratta di un compimento non di un fallimento. Queste vostre tradizioni si sono compiute, hanno prodotto quello che potevano produrre; erano carne e sangue di democrazie nazionali, l’obiettivo era la conquista del potere statuale. E’ una storia che si è compiuta e ora stiamo cercando di ragionare insieme per una nuova storia. Credo che questo approccio sia metodologicamente giusto e corretto. Molti di questi elementi di conservazione sono dovuti al fatto che ad esempio i socialdemocratici tedeschi vedono il processo di unità politica europea e la costituzione eventuale più arretrata rispetto alla loro e allora lottano perché non lo sia. Tutto quello che qui è stato detto dimostra che non è contrapponendo stati a imperi che ha un senso fare politica domani. Penso che dovremmo lavorare avendo in mente queste due dimensioni che entrambe contraddicono sia l’Europa subordinata, sia l’Europa a sovranità limitata, sia un’Europa macrostato. Tutto il discorso delle reti locali: l’Europa delle città, delle regioni. Regioni e città costruite come comunità originarie e sulla base delle espressioni autonome delle società civili non possono sopportare né l’Europa macro-stato, né l’Europa politicamente subordinata ad un pensiero unico, ad una globalità assolutamente univoca e unilaterale, cioè contraddicono fisiologicamente questa visione. Quindi noi dobbiamo fare di tutto per rilanciare la prospettiva federalistica, così come l’abbiamo intesa, ma a partire dalle comunità originarie. Però, se ci muoviamo solo a questo livello difficilmente troviamo aperture all’interno delle dinamiche che vanno concretamente costruendo l’unità politica. Dove stanno le contraddizioni al loro interno? La vera contraddizione è da un lato la contraddizione sociale e politica, vogliamo inventare nuovi diritti e questo è un discorso che anche le tradizioni socialdemocratiche possono ascoltare con attenzione: certo, ci sarà sempre la zavorra conservatrice ma non necessariamente sarà sola e unica. Ma soprattutto la contraddizione tra logica del consiglio e logica della commissione: questo è un elemento fondamentale, perché la logica della commissione non è più una logica statuale, lo è sempre di meno e anche qui fisiologicamente. Noi dobbiamo fare di tutto, attraverso canali più politici, formali, tradizionali che di movimento, ma dobbiamo giocare su tutta la tastiera: dobbiamo far si che la commissione possa diventare sempre più importante – e ne avrebbe l’interesse, altrimenti il suo deficit di legittimità e rappresentatività democratica diventerebbe pazzesco! -, La Commissione deve diventare il luogo anche dove prende voce all’interno delle dinamiche della costruzione europea il discorso delle reti comunitarie, cittadine, regionali, ecc. e dobbiamo fare proposte operative in questo senso: nella convenzione/costituzione deve essere presente qualcosa che riguardi la ridefinizione delle funzioni della commissione in funzione di una visione federalistica dell’unione politica europea. Le due dimensione che se si unissero e aggregassero in qualche modo potrebbero veramente aprire la fase costituente, non solo dal punto di vista delle richieste/esigenze di movimento ma anche dal punto di vista formale/politico, le due dimensioni sono quella delle città (intendo i governi delle nostre comunità locali) e regione e la contraddizione che sempre più esprime la logica (non i personaggi) della commissione rispetto alla logica del consiglio. Facendo leva realisticamente su questo, penso possiamo sperare che anche nei prossimi mesi questo processo costituente possa avviarsi effettualmente.

Toni Negri

Penso che questa assemblea deve organizzarsi da ora in assemblea costituente. Abbiamo davanti a noi scadenze che sonodeterminateinunperiodobreve.Sono l’approvazione della convenzione da parte dei governi sotto la direzione di Berlusconi e il Social ForumEuropeo. Abbiamobisogno, oggi,che si organizzi in ogni situazione di movimento inItaliae altrove una capacità di ragionamento sui temi del federalismo, dei diritti legati al lavoro e all’immigrazione, cioè alla cittadinanza del lavoro e alla cittadinanza universale, che possano confluire verso le forme di espressione moltitudinarie che noi abbiamo cominciato a conoscere all’interno del movimento di Seattle. Da oggi, abbiamo la necessità di riuscire a riflettere tra noi stessi in ogni occasione politica attorno alla possibilità di determinare non una lobby di pressione rispetto agli sviluppi dei lavori della convenzione, che non potrebbe che diventare un elemento subordinato, ma un elemento costituente di invenzione, di definizione concreta. Dobbiamo riuscire a esprimere delle posizioni da porre in tutte le sedi politiche a partire da quella fondamentale che è la comunità nella quale viviamo. Abbiamo bisogno di far convergere l’intera forza del movimento attorno alle tematiche che le sono proprie su questo obiettivo politico. Siamo al punto in cui il collo della bottiglia si restringe e bisogna far saltare il tappo. Il contributo di Massimo è stato estremamente importante perché ha rilevato come all’interno delle istituzioni ci siano contraddizioni. E’ un’indicazione che ci offre degli spazi/possibilità di incontro con forze che non sono semplicemente quelle del movimento. Il movimento è maturo: se evitiamo vizi di compiacimento, abbiamo la possibilità di comprendere quale sia la forza possibile. Non si tratta semplicemente di forza materiale, si tratta di una forza concettuale, di una impossibilità di essere riassunti negli schemi di contenimento del potere, di produrre cose anche piccole ma che non entrano più nella proporzione del comando. Ci sono elementi di scarto, di eccedenza che sono quelli che mettono effettivamente in crisi questo meccanismo di potere ed è evidente che tutta l’insistenza che qui si fa, ma che è sacrosanta perché è la forma stessa su cui il movimento di è costituito, sul federalismo, sulle comunità diventa essenziale perché è lì che si inventa. Come si fa a fare questo gesto, assolutamente politico, della decisione? Non c’è più nessun Lenin, nessun partito dietro di noi, ma c’è il consolidamento di questi processi. Ma il consolidamento di questi processi dobbiamo volerli, dobbiamo riuscire a interpretarli in maniera continua e sistematica. Ed è questo che oggi è forse possibile: l’Europa è necessaria perché è terreno di innovazione di un tessuto sociopolitico di fronte all’impero, è la sola possibilità che abbiamo di disarticolare l’impero, di mettere in atto – non solo per noi, ma probabilmente per l’America Latina, per l’Asia del sud, per interi continenti, probabilmente per gli stessi Usa – una rottura radicale. E’ un’occasione formidabile. L’Europa è necessaria ma è possibile? E’ possibile se ognuna di queste assemblee diventa da qui al Forum di Saint Denis un’assemblea costituente e se a Roma, quando arrivano a costituire la convenzione, gli si farà trovare una Genova moltiplicata per dieci.

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