Cacciari – Sulla poesia e le 3 “i”

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Massimo Cacciari
Sulla poesia e le tre “i”
Presentazione della mostra di Andrea Sparaco
Santa Maria Capuavetere, 1-10-2001

Lucio Saviani:

Benvenuti all’incontro degli studenti e dei loro insegnanti che curano il progetto sull’Arte contemporanea, l’incontro con l’opera, il percorso, l’esperienza artistica di Andrea Sparaco e con l’esperienza di pensiero di Massimo Cacciari; questo è anche l’incontro tra l’artista Sparaco e il filosofo Cacciari. Voi sapete già che il tema dell’incontro non è soltanto uno dei temi cari ad Andrea Sparaco ma è, lui ce lo dice anche negli appunti che ha preparato, anche il tema che spesso si traduce in altri temi e che permea tutto il suo percorso di artista. Io quindi non vi presento Andrea Sparaco, perché già ormai lo conoscete, state lavorando con lui e, naturalmente, non vi presento Massimo Cacciari, molto noto a voi in quanto filosofo e anche per essere così presente e attivo sulla scena culturale e politica italiana e non. Colgo anzi l’occasione per ricordarvi che oggi pomeriggio, alle 17.30, nella Cattedrale di Caserta, verrà discusso questo libro di Nicola Martullo dal titolo Il pensiero tragico. L’itinerario filosofico di Massimo Cacciari; sarà discusso da un filosofo, Vincenzo Vitiello, un teologo, Bruno Forte, e sarà presente Massimo Cacciari. Loro tre da anni, ormai, portano avanti un dialogo molto serrato, molto importante per la filosofia italiana. Passo ora la parola a Massimo Cacciari e dopo ci sarà il dibattito.

Massimo Cacciari:
Vi ringrazio per l’invito. Vorrei, molto brevemente, entrare subito all’interno di una questione che, credo, sia al centro del vostro interesse e anche di quello dei vostri insegnanti, perché ne va, io ritengo, del destino della nostra scuola, della scuola in generale e cioè: nella vostra scuola, è bene, è utile, è necessario, è inevitabile ormai – a seconda dei punti di vista – insegnare soltanto cose direttamente, immediatamente ed evidentemente utili? Qui oggi ci troviamo a commentare, a presentare, a visitare la mostra di un artista. Ma nella vita quotidiana, non vi capita sempre più spesso di incontrare degli interlocutori che ad un certo punto a vostre questioni, a vostre domande, a vostri problemi vi dicano: “ma smetti di fare poesia!”, “ma questa è poesia!”, “ma questo non conta nulla!”, “ma questo non è utile!”?
Che cos’è questo andazzo generale? Badate, al di là di ogni differenza politica, perché questo è un atteggiamento assolutamente trasversale; lo trovate a destra, a sinistra, al centro: la nostra scuola deve insegnare le tre “i”. Non è né di destra, né di centro, né di sinistra, è un’altra cosa: bisogna che insegni l’inglese, bisogna che insegni l’informatica e bisogna che faccia navigare in internet, punto.
Cosa c’entra la poesia? Cosa c’entra l’arte? Cosa c’entra il greco? Parecchio.
Ma alla fin fine sono contorni, non è così? Anche a scuola, molti dei vostri genitori ve lo diranno: è un contorno. Cosa serve per la vita? Beh, non è questo l’atteggiamento generale?
Prendiamo il toro per le corna, diciamoci un po’ le cose come stanno, senza fingere cerimonie per cui, appunto, dobbiamo fingere che ci interessi la poesia, che ci interessi l’arte perché è il capo a farlo. Il mondo in cui viviamo mostra quest’educazione molto poco.
Tutte le riforme della scuola, di destra e di sinistra, sono sostanzialmente indirizzate a rendere determinati studi, quelli che riguardano la poesia, la letteratura, degli ornamenti, hanno un ruolo ornamentale all’interno del nostro curriculum di studi.
Quindi, la scuola dev’essere utile. Badate che è molto paradossale questo discorso, perché qualcuno di voi saprà che scuola è un termine che viene dal nome greco che è skolè, che vuol dire ozio; studio, ozio, che vuol dire non l’ozio di uno che si gratta la pancia dalla mattina alla sera, ma l’ozio di uno che contempla, che pensa, che arricchisce il proprio cervello meditando, non facendo cose futili. Certo si dirà: i greci, i romani avevano gli schiavi, eccetera eccetera; no, quella è una diversità culturale. La nostra scuola dimentica, diciamo così, la propria radice, il proprio etimo; non ha più nulla a che fare con il suo etimo; è una scuola che non ha nulla a che fare con la skolè o, per lo meno, questo sembra l’andazzo.
Ma perché? Perché questo è il punto: perché non basta semplicemente evidenziare questo senso comune – e badate che qua parliamo di senso comune pessimo, non cattivo; occorre capire perché invece vogliamo andare a vedere le mostre di un artista, leggere i poeti… Perché? Se non abbiamo nessuna idea della utilità di visitare le mostre degli artisti, di leggere i poeti, eccetera, è chiaro che avranno ragione quelli delle tre “i”, nel volere che la nostra scuola si adegui a questo andazzo generale che domina ormai nel senso comune.
Proviamo a riflettere brevemente sul perché, qual è il senso di leggere i poeti, di andare a vedere le mostre degli artisti: quale può essere il senso? E’ chiaro che quando voi leggete un poeta, quando voi leggete “L’Infinito” di Leopardi, non leggete l’articolo di un giornale, no? E’ scritto in italiano, uguale, no? La poesia come è scritta? E’ scritta in italiano, esattamente con un linguaggio comune; non c’è una parola, nell’Infinito di Leopardi, che voi non possiate capire, che non abbia un significato comune. Quindi è l’italiano esattamente con il quale io vi sto comunicando, con il quale leggete il giornale, con il quale ascoltate la televisione, più o meno; cioè non è un linguaggio formalizzato, non è una formula matematica, non è una formula chimica; è il linguaggio comune, quello della poesia.
E Andrea usa dei segni, usa dei materiali che sono quelli che voi vedete nella vostra vita quotidiana: legni, ferri, colori, segni; gli stessi segni, gli stessi gesti della mano, gli stessi tracciati su cui si edifica un edificio, con cui si fa un cartello di indicazione stradale, eccetera, eccetera.
Allora: che cos’è che costituisce il senso di queste manifestazioni della nostra vita, visto che è da quando c’è l’homo sapiens che esistono questi segni? Avete presente i graffiti di trenta, trentacinque, quarantamila anni fa? Ci sono questi segni che sembrano non avere un significato immediatamente denotativo, cioè vi sono, nell’ambito dei nostri linguaggi, alcune forme di espressione che non si esauriscono trasmettendo un significato.
Ora che io vi sto parlando, che cosa sto facendo? Quando vi sto parlando cerco di farvi capire un concetto, un’idea; se ottengo questo risultato, il mio compito è finito. Il mio mestiere in questo momento consiste nel farvi capire una determinata idea; una volta che voi abbiate capito, il mio compito termina, cioè il mio messaggio si esaurisce nel momento in cui viene compreso. Non ha nessun resto, non residua nulla.
Cosa avviene invece con la poesia, di straordinario? Ordinariamente voi vi parlate, dite “ho capito”, basta; lì termina la funzione di quel messaggio. Cosa avviene con la poesia? Quando leggete “L’Infinito” e avete compreso le parole, vi sembra di aver compreso il senso della poesia? Termina? Non termina affatto: la poesia passa, continua, procede, cioè la poesia è quel linguaggio, quella forma di linguaggio che non finisce con la sua comprensione. Quando voi avete compreso “l’Infinito”, quando avete compreso un sonetto di Petrarca, una tragedia di Shakespeare, non è finito nulla. La tragedia di Shakespeare continua a funzionare, continua in qualche modo a ricrearsi, non è compresa con l’atto della com-prensione. E’, in qualche modo, infinita: non finisce una volta che è stata compresa; prosegue, procede.
Il linguaggio comunicativo, semplicemente comunicativo, procede fino alla comprensione e lì finisce; il linguaggio poetico, il linguaggio artistico, va oltre la comprensione o, in altri termini, viene costantemente ri-compreso. Voi leggete “L’Infinito” di Leopardi in una vita; se quella poesia vi ha catturato, la leggete infinite volte: ogni volta vi sembra di comprenderla e ogni volta è nuova, cioè non si esaurisce con l’utilità della comunicazione. Allora, noi dobbiamo capire se riteniamo che il nostro linguaggio debba essere coartato nei limiti della comunicazione e della comprensione o se riteniamo che proprio il nostro “esserci” umano abbia bisogno anche di questa dimensione in-finita; cioè se noi ci sentiamo limitati, se noi ci sentiamo portati come in una prigione, laddove ci si voglia costringere nei limiti del linguaggio denotativo, che finisce il suo compito quando denota questa cosa o questo insieme di cose. Se riteniamo che il nostro linguaggio debba limitarsi a denotare una cosa o un insieme di cose, e una volta che questa denotazione è compresa cessi la sua funzione, la sua utilità, è meglio che sgomberiamo il più rapidamente possibile le nostre scuole di problemi riguardanti letteratura, arte, poesia, eccetera eccetera.
Ma se riteniamo invece che proprio in quanto uomini, noi non possiamo imprigionarci nei limiti del linguaggio semplicemente denotativo, allora abbiamo bisogno di artisti, abbiamo bisogno di gente che ci ricordi costantemente che il nostro linguaggio è infinitamente più ricco e più complesso di quello semplicemente denotativo. Ne abbiamo bisogno, ci sono utili, ma nella misura in cui noi riteniamo che il nostro linguaggio abbia questa ricchezza. Se invece riteniamo che sarebbe molto meglio e preferibile denotare e basta, eliminare ogni complessità, allora eliminiamo gli artisti, eliminiamo i poeti.
Questo è il punto. Questo è davvero un aut-aut, è una scelta di cultura che abbiamo ormai chiarissima, di fronte; io ritengo che abbiamo bisogno, che ci sono assolutamente necessari questi personaggi “inutili”, che scrivono poesie e che fanno quadri. Ci sono assolutamente necessari. Noi, uomini, non possiamo vivere o viviamo non da uomini, io ritengo, laddove non abitiamo anche questa dimensione “inutile” del linguaggio.
Questa è la questione che io volevo porvi molto direttamente e si lega all’altra: perché questi poeti, questi artisti, frequentano così volentieri anche certi ambienti e certi problemi di carattere filosofico? Perché in qualche modo la filosofia ha a che vedere con questa dimensione; badate, la filosofia denota, la filosofia sostanzialmente è indirizzata al farsi comprendere, al concetto; la filosofia seria non è né poesia, né letteratura e non fa il verso né della poesia, né della letteratura, sia chiaro. Però, per un verso, ha a che fare con la poesia e con la letteratura: non nel senso che il suo linguaggio, come quello di Leopardi, come quello del poeta, non venga mai esaurito nella comprensione, perché la filosofia tende precisamente ad essere perfettamente compresa, come il linguaggio denotativo, ma per i problemi che la filosofia solleva, vedete. La filosofia intende affrontare – rivolta al concetto sì, ma intende affrontare – problemi che appaiono perfettamente “inutili” e cioè – diciamoli, così, tanto per ricordarceli: ma perché, ci sono le cose invece che niente? Ma noi, siamo necessariamente mortali oppure no? Ma cosa ci sarà dopo la morte? Eccetera eccetera.
Il problema di fondo – ma perché ci sono tutte queste cose ? – è un bel problema perché ci sono. C’è una ragione per cui ci sono tutte queste cose che viviamo? Non sarebbe più logico, diciamo così, che non ci fosse niente? Da dove vengono? Dove vanno? Filosofia e teologia nella nostra storia si intrecciano in tutti i modi possibili e immaginabili. La filosofia cerca di affrontare questi problemi con il linguaggio comunicativo concettuale, cerca di farceli comprendere, a differenza del poeta; però, questi problemi, vedete quanto sono anch’essi “inutili”? E allora, anche qui, la decisione: noi riteniamo di poter essere, di poter continuare ad essere uomini, ignorando questi problemi? Cioè: ignorare questi problemi non significa in qualche modo ignorare la nostra stessa esistenza? Come facciamo a ignorare questi problemi se ci interroghiamo sul nostro esistere? Esistere. Questi problemi non saranno mai risolti; il filosofo cerca di comunicarlo attraverso concetti chiaramente comprensibili, chiari e distinti; però non fa questo l’artista, non fa questo il poeta. E però per questo verso si toccano: il verso della “inutilità”, della necessaria inutilità, ammesso che noi riteniamo che essere uomini significhi appunto affrontare questi problemi, chiederci il perché del nostro esistere, dell’esistere di tutti noi e di questo mondo e di questa molteplicità di enti, ammesso che essere uomini significhi comprendere che nel nostro linguaggio vi è la dimensione denotativa e, accanto ad essa, una dimensione che io direi, giocando coi termini, avverbiale, no? Il verbo che denota e l’avverbio, cioè questa continua tensione a superare, a eccedere la dimensione puramente denotativa. Questo è il significato della poesia, dell’arte e, per il verso che vi ho indicato, del pensare filosofico, del pensiero.
Problemi astratti, problemi di una concretezza unica; perché una volta che noi si decida, politicamente, nel senso più ampio del termine politica, che queste dimensioni del pensare, dell’arte, della poesia, sono inutili e basta, destituite di alcuna necessità per noi, cioè non le sentiamo più come qualcosa di necessario per noi, cambia la nostra cultura, cambia la nostra civiltà. Non questa o quella cosa, badate: la nostra civiltà cambia, entriamo in un’epoca nuova; non so se peggiore, migliore, non m’interessa nulla, ma certamente in un’epoca nuova che non ha nulla a che fare con l’epoca, con la civiltà occidentale europea, almeno così com’era sorta sei, sette secoli avanti Cristo in Grecia. Cambia la civiltà, inizia un’altra epoca.
Quindi, vedete quanto concretissimi, da tutti i punti di vista, siano questi problemi che invece al bar dello sport trovano risposte del tipo: ma cosa vuol dire? Ma quanto è astratto! Ma è solo poesia! Ecco: proviamo a riflettere su questo, diciamo in termini molto generali, per prepararci a comprendere davvero quella complessità a cui prima Andrea faceva riferimento parlando della sua mostra.

– Applausi –

Lucio Saviani: Ringraziamo ancora una volta Massimo Cacciari per il ricchissimo orizzonte di problemi che ci ha aperto e che quindi, ancora una volta, ci dà l’occasione per parlarne, per ascoltarci anche l’un l’altro, per interrogarci, per farci capire anche cose che magari a prima vista ci sembrano così estranee.

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