Cacciari – Sull’opera poetica di Mario Luzi

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Insostenibile incarnazione
Sull’opera poetica di Mario Luzi
di Massimo Cacciari

 

Vi è poesia che vuole “ricordare” il germinante possibile del linguaggio, che ne raccoglie le traccie d’in-fanzia, che ne decompone le pretese sintattiche. E vi è poesia che dall’indecifrabile magma dell’origine, a-umano, quasi, o preumano, dall’ingens sylva, dalla hyle, che ne è abissale fondamento, intende sempre far risorgere il linguaggio nel suo incoercibile anelito immaginativo, ideativo, figurativo, simbolico.
Le due strade, come sempre, sono in realtà la stessa, diversamente percorsa. Non vi è anastasis,resurrezione, senza anastasia, rovina, sovvertimento degli ordini e dei valori apparenti.
Non ci si eleva, nulla si erige, se non sul fondamento di ciò che si è abbattuto. La resurrezione è compimento, non superamento della croce. È la croce a elevarsi, a ergersi su, a balzare in alto, in-sorgendo, nella sua follia, contro la sapienza del mondo.
Le due strade non sono che “l’animato grembo/ dove nascita/ e morte si affrontano/ sì, ma solo per confondersi…”.
Nella loro “mischia” noi siamo, nello “spasimo di danza” che le unisce e divide (Pasqua orciana, in Frasi e incisi di un canto salutare). E tuttavia il poeta, chiamato a battezzare questi frammenti, ad aprirne la terra “nuda, secca/ di cenere e di calce” – il poeta animato da “un sogno ricorrente/
di fertilità” non potrà non conoscere quel tono di trepida attesa, di speranza perfino e di preghiera, che è negato a chi piuttosto vede la parola morire nel suo stesso esser pronunciata (non era questa la domanda di Emily Dickinson?).
Luzi è poeta dell’invocazione : che un soffio abiti le ceneri della parola, l’accatastarsi del già-detto, la pesante terra dei suoi errori, delle sue pigrizie, delle sue corruzioni, un soffio capace di ri-dire “tutto ciò che desidera il senso”: “la prima barca, il primo verde dei salici/ la prima ruota d’acqua/ alla virata dell’armo” (Bruciata la materia del ricordo, in Per il battesimo dei nostri frammenti) . Ri-dire, ri-sorgere, dunque: che dall’effimero, dalla “nostra foresta inestricabile” possa crescere “nel vento d’autunno una pallida/ primavera tanto a lungo negata,/ fioriture di lagrime, di grappoli,/ nidi d’inesprimibile, alveari, miele…” (Invocazione in Primizie deldeserto). Ritorna il tema fondamentale delle Duinesi, ma quasi raccolto in extremis, sul bordo della disperazione (“Di me non c’è traccia negli anni/ se non come raccontano un viaggio/ le impronte sulla sabbia d’un deserto” Forse dice
l’addio, in Primizie del deserto).
Il destinatario dell’invocazione è la Parola stessa. Se la Parola mancasse, come potrebbero le nostre “frasi”, i nostri “incisi” significare? Ma la Parola, perché “la cosa esclami/ nel buio della mente”, deve “sprofondare” in esso, crescere “in profondità”, portare in sé almeno il ricordo di noi. Che la sua sia “luce, non disabitata trasparenza…” (Vola alta parola, in Per il battesimo, cit.). Che gli angeli non rientrino “nel Verbo, muti,/ alla sorgente”, abbandonandoci all’ “afasia”, al “durissimo silenzio/ tra noi uomini e il cielo”), (Durissimo silenzio,in Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini). Che la profezia non si risolva in esperienza della parola che manca, e in muta attesa di celestiali appuntamenti. La poesia rivela l’incarnarsi della Parola; presuppone tale incarnazione, non la opera, e la rivela, aprendo ad essa “le riserve/umane di dolore” (Dove mi porti, mia arte?, in Viaggio terrestre, cit.). Poiché il Verbo s’incarna, il dolore è dicibile. Poiché l’incarnazione è crocefissa, e così il Verbo ci parla, il dolore può assumerne la luce; la sua “prova” non esser soltanto rovina, supplizio, impenetrabile necessità (Prova, prova umana, in Frasi e incisi, cit.).
Ma “le riserve/ umane di dolore” possono in ogni istante fagocitare la luce che proviene dall’incarnazione della Parola.
E farsi così mute – poiché quella carne che non “avviene” dal Logos, mai potrà dirsi. Se l’opera ricade su se medesima, cancella la propria provenienza, dimentica di eksistere dalla Parola, si fa “vaniloquio e colpa” (Rimani dove sei, ti prego, in Viaggio terrestre, cit.). E tuttavia davvero supremo è l’altro pericolo: che le nostre parole vogliano cancellare l’incarnazione, distruggerne le immagini, per involarsi all’interno della stessa Luce, che nel Logos stesso si ri-vela.
Proprio difronte alla più perfetta figura, alla più luminosa apparenza, cresce prepotente questa tentazione. Immanentismo e gnosi, sistole-diastole, Scilla-Cariddi dello stesso pericolo.
Entrambe queste potenti “energie” rendono indicibile la creatura, o ritirandola dalla Luce della sua provenienza, o ritirandosi da essa. Da qui la preghiera: “Non ritirarti da quella tua immagine,/ non involarti ai fermi/ lineamenti che ti ho dato (…) Non lasciare deserti i  miei giardini/ d’azzurro,
di turchese,/ d’oro, di variopinte lacche/ dove ti sei insediata (…) non farne una derelitta plaga” (Rimani dovesei, ti prego, cit.). È questo il “luogo metafisico” della poesia nella nostra civiltà: versus immanentismo e gnosi? E tuttavia “insostenibile incarnazione” (Dove mi porti, mia arte?, cit.). Come sarà possibile sostenere, infatti, in uno, il bisogno di incarnare la Luce, di “crocefiggerla” alle nostre “riserve di dolore”, e il suo anelito di resurrezione? Come esprimere in uno il suo esserci nella “foresta inestricabile” dell’effimero e la forza della sua anamnesis? Quale umana parola può significare insieme kenosis anastasis? Come credere a un tale paradosso, che viola il principio inconcusso di ogni nostra sapienza?
Se la parola dell’opera non volerà alta, ricadrà su se stessa, si farà vaniloquio e colpa. Ma se il suo volo disabiterà nuvole e pietre, alberi e animali, sublimandosi in trasparenza senza immagini, la nostra sofferenza è destinata al silenzio, deserto sterile di primizie. Solo la parola del poeta in quanto puro ad-verbum può custodire il paradosso. Essa ci “salva” solo in quanto lo serba in sé. Parola concretissima, ideadella cosa, della più vicina presenza, ma detta ad Altro, significata alla più lontana assenza. Questo far segno della destinazione dell’esserci all’Aperto della sua provenienza costituisce l’essenza dell’ad-verbum: parola destinata alla Parola, luce che si “invia” alla Luce. Ma l’ad-verbum è veramente tale quando ri-vela questo “destino” nel volto stesso della creatura, quando ne fa segno semplicemente nominandola. E cioè quando “avviene” che esso riesca a nominare l’intatta e intangibilesingolarità della cosa. Allora l’effimero è detto all’Altro da sé e “salvato” restando se stesso; allora il suo nome si rivela necessario.
È soprattutto nel Viaggio terrestre e celeste che Luzi approfondisce in questo senso l’ethos della sua poesia, l’ubi consistam della sua opera. Ad-verbum, non Verbum la nostra parola; ad-imaginem, non Imago le forme che essa compone.
L’“iter in silvis” si svolge sempre “per incertam lunam sub luce maligna”; ma concepire l’ombra ad-imaginemdella Luce, nominare L’ombra, anche dove “et rebus nox abstulit atra colorem”, come umbra lucis, ombra che è segno di luce, questo è il labor, opera e pena, del poeta, del “miglior fabbro”.
L’ombra incarna la Luce e per questo può combattere la tenebra – non vincerla, ma contra-dirla. Al fuoco della controversia si genera la parola. Così la vita, che incarna l’Aperto immortale e infinito della provenienza, è destinata a morte contra-dicendola, muore in-sorgendo contro la morte – ed è
perciò, insieme, anastasis. La poesia, quando nel suo attimo “di totale evidenza –/ entrano le cose/ nel pensiero che le pensa, entrano/ nel nome che le nomina” (Un attimo, in Viaggio terrestre, cit.), facendo segno alla perfetta singolarità dell’effimero, lo immortala nella sua stessa caducità. Intera,
inconsumata la singolarità dell’ente; e tuttavia “come è/ diviene (…) diviene/ se stesso/ altro da sé” (È, l’essere. È., in Viaggio terrestre, cit.). Nell’ombra dell’immagine giocano il loro dramma vivente e mortale; non trapassando l’uno nell’altro, non negandosi reciprocamente, ma raccogliendosi insieme, facendosi cioèlogos, secondo l’etymon del nome. La loro controversia, il loro polemos ascolta il poeta, e così come egli l’ascolta prova a significarlo attraverso l’inopia magna dei suoi ad-verba.

 

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