Cacciari: “Mettere le mani sulla libertà”

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Intervista a Massimo Cacciari
(da “L’Indice” n° 10 – ottobre 2001)

“Duemilauno. Politica e futuro” (Feltrinelli, 2001) è un libro nel quale Massimo Cacciari, a colloquio con Gianfranco Bettin, ragiona sulla crisi del nostro tempo e sui grandi problemi d’identità e di azione politica che sfidano oggi la ricollocazione dell'”homo democraticus”. La globalizzazione, la sicurezza, il multiculturalismo, l’innovazione tecnologica, il lavoro, i partiti, la Rete, diventano occasione per una riflessione disincantata ma non pessimista.

Professor Cacciari, la drammatizzazione della realtà in questi giorni pare segnare davvero una sconfitta della politica, forse anche l’annuncio di una sua fine.

No, certamente non la fine. Piuttosto, la detronizzazione della politica.

Ma nelle società democratiche la “detronizzazione” comporta il rischio di un’asfissia della democrazia.

Sì, ma questo processo mi pare che vada definito come un declino del Politico verso una prepotente supremazia del Tecnico e dell’Economico. Però starei ben attento a credere che la depoliticizzazione della società e delle sue norme sia un prodotto dell’avvento digitale e di Internet. La visione di un tramonto della politica – o della sua “inutilità – è essenzialmente politica, e fa comunque parte di una corrente del pensiero europeo che si esprime compiutamente già all’inizio dell’Ottocento, nell’ambito della elaborazione del pensiero liberale.

Però quel processo avviene ora in un contesto che ne modifica, inevitabilmente, la natura e soprattutto l’identità ideologica.

L’ipotesi della depoliticizzazione è sorretta da una precisa volontà politica. Vorrei dire che far passare l’immagine dello Stato come macchina organizzativo-burocratica, declassando la politica al ruolo di una amministrazione (“efficienza, nell’interesse del cittadino”), è il messaggio più forte che viene comunicato da questa volontà.

Quindi non più conflitti, ma l’armonizzazione efficientista all’interno di un “pensiero unico”.

Parlavo, infatti, della nuova supremazia del Tecnico e dell’Economico. Scientificizzazione e burocratizzazione riducono. fino ad annullarlo, lo spazio della politica. E se i grandi drammi del secolo scorso avevano ridato spazio e qualità al confronto, al conflitto ideologico, alla contrapposizione schmittiana amico/nemico, dopo l’89 questo spazio si chiude. Non è che la storia finisca, come dice invece Fukuyama; la storia piuttosto celebra un vinto e un vincitore.

E in questo spazio ridotto, prevale una nuova identità dello Stato.

Prevale una concezione che subordina la politica, spoliticizzandola, alle infinite meraviglie che offre la tecnologia. La depoliticizzazione è immanente all’idea stessa dello Stato contemporaneo, il cui fine è la costituzione di una struttura tecno-burocratico-razionale dove i cittadini siano isolati – chiusi ciascuno nel proprio “particolare” – e tutti i corpi intermedi siano soltanto organizzazioni sindacali d’interesse o strutture che non disturbino l’efficienza produttiva dello Stato.

Siamo già avanti, su questo percorso?

Si insedia una forma di capitalismo autopropulsivo che trova la propria legittimazione nell’aderenza alla “scientificità” della tecnica, e che, però, si manifesta refrattario a qualsiasi sorta di governo, o di controllo. Ma questo non vuol dire affatto che la politica abbia esaurito le proprie possibilità, occorre saper esprimere una dialettica nuova, una nuova cultura.

Quale?

Un’idea della politica nella quale, come dice Machiavelli, “il popolo torni a metter le mani sulla sua libertà”. C’è una crisi evidente del modello liberista puro, per quanto oggi sia il vincitore; bisogna lavorare a creare uno spazio nuovo, corretto, del federalismo, recuperando la tradizione di Montesquieu, Tommasea, Cattaneo.

Ma federalismo e globalizzazione, come combinarli?

Le grandi culture, le grandi civiltà, non possono essere antiglobaliste, sono globaliste per vocazione. Una battaglia antiglobalista è stupida, perdente. Ma una globalità senza polarità al proprio interno non è un globo, è un piatto deserto.

I poli. Ritorna dunque il concetto del confronto, del conflitto.

Questo non è un problema astratto, la demonizzazione del confronto è patrimonio soltanto dei pasdaran del liberismo. Sono evidenti – anche nei fatti tragici della realtà d’oggi – le reazioni che vengono da tutte le culture, che si oppongono al linguaggio unico segnato dal dominio di una visione autoreferenziale dello Stato, come se questo fosse un’entità astratta, asettica, e non l’espressione di valori, idee, scelte.Quello che prevale oggi non è la globalizzazione, è l’omologazione.

Eppure la Rete sembra poter affermare la cultura della diversità, della differenziazione.

La Rete esprime simbolicamente le contraddizioni della globalizzazione. Da una parte, è strumento per la comunicazione d’informazioni (e questa è la sua valenza orizzontale, quantitativa), ma dall’altra manifesta le più ampie potenzialità di liberazione individuale.

Potenzialità che, però, sembrano ancora tutte da sviluppare.

In questa prima fase, la Rete sta globalizzando la subordinazione di massa, risucchia l’interiorità all’interno del lavoro. Lo specchio del mondo e la fabbrica virtuale sono le due facce di una identità da definire, occorrerebbe davvero creare un “Manifesto della Rete”. Mi pare comunque che gli effetti di spiazzamento delle nuove tecnologie non siano non si siano ancora manifestati che in minima parte.

E questo diventa particolarmente pericoloso in un contesto storico nel quale la forma dello Stato pare fissarsi nel modello di una “democrazia procedurale”.

Per questo, parlo di forme nuove della politica, perfino di un nuovo lessico. Altrimenti diventa consensuale la forma di una “democrazia senza cittadini”.

Quali sono le forme nuove della politica?

Mi chiederei anzitutto quali possano essere i soggetti di una politica nuova. E allora io penso, per esempio, all’Europa, ma certo non nella sua forma attuale di area di sviluppo economico-commerciale. Solo che dal punto di vista politico, mi pare che la scelta fatta fin’ora sia quella di un modello che ricalca la storia della formazione degli Stati nazionali: temo che una simile proposizione non ci porti da nessuna parte. La democratizzazione come parlamentarizzazione non ha futuro.

Qual’è il modello alternativo?

Esiste, certamente, una cultura europea, ma l’idea di un unico popolo europeo è fantapolitica. Proporre il progetto di un Parlamento eletto da tutti i popoli europei mi pare una cosa che non funzioni. L’uscita credo che si possa trovare soltanto con una rielaborazione del progetto federalista, da Cattaneo a Spinelli. L’obiettivo dev’essere una vera Confederazione, come quella elvetica, come la nordamericana.

Crisi della democrazia, del parlamentarismo, ma anche della sinistra.

La sinistra paga drammaticamente la propria incapacità a seguire le trasformazioni della società, resta tuttora ancorata a forme ed egemonie che oggi non esprimono più contenuti significativi di realtà. Ci sono nuove figure sociali che prescindono dal vecchio catalogo e che però non vengono usate, non sono tutelate (penso ai “Netslaves”), né promosse. Nell’inerzia della politica, bloccata ancora nelle forme tradizionali e nelle ideologie, il ritardo della sinistra, che non ha saputo riparare l’erosione della propria base sociale, è evidente. Non è affatto vero che siamo diventati tutti capitalisti e grassi borghesi.

E la destra?

Beh, ci sono due destre. C’è quella che ha stravinto, d’impronta neoliberista, e poi c’è l’altra – sociale, leghista, localista – che però è stata battuta, sconfitta, perduta nei suoi riferimenti culturali, che non contano più niente. Ma, almeno nella politica italiana, manca comunque un terreno comune di confronto. Questo è il paese che dalla consociazione è passato alla dissociazione, che non è capace di elaborare una forma di associazione, un ethos comune. Soltanto la definizione di un patto comune può consentire lo sviluppo di una reale competizione. una competizione a tutto campo, come quella tra patrizi e plebei che fece grande Roma.

Intanto, la destra ha vinto.

Ma è una vittoria di Pirro. La destra cavalca l’onda forte del neoliberismo, ma si ritrova con tutti i problemi di prospettiva irrisolti. La crisi della sinistra appare, anch’essa, lontana da una soluzione. Questo problema, però, non è solo italiano. E non è, poi, che tutti passiamo il nostro tempo davanti alla tv.

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