Cacciari: la Sinistra non ha mai letto i classici

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Il Riformista, 27.02.2003

REPRIMENDE. CACCIARI LANCIA UN NUOVO CLASSICO PRUSSIANO PER LA SINISTRA.
CHE NON HA MAI LETTO I CLASSICI
Von Ranke, chi era costui? Il bisnonno dell’asse franco-tedesco

 

“Purtroppo la sinistra non ha mai letto i grandi classici del pensiero politico”. Massimo Cacciari lancia l’ultima reprimenda durante un’ampia conversazione con Gad Lerner su Europa di sabato scorso. Chi manca nello scaffale della sinistra contemporanea? Certo non Machiavelli, che da Gramsci in poi ha armato la doppiezza comunista fino a Togliatti (ricordate “l’astuzia della golpe e la forza del lione”?). Montesquieu, forse? Difficile, visto che è stato rispolverato per difendere (citandolo talvolta a sproposito) la divisione dei poteri. Allora Hobbes e il suo Leviatano? O la triade liberale Locke-Hume-Kant? Improbabile che si tratti di Rousseau e Marx, sulle cui liaisons dangereuses ci hanno ossessionato Della Volpe e Colletti sui banchi dell’Università. O del liberal-conservatore Toqueville, riscoperto dai “clintoniani di sinistra” dopo la fine del comunismo. Forse il filosofo mitteleuropeo si riferiva all’amato Nietzsche rilanciato in chiave “operaista” fin dai tempi di Contropiano? Oppure Robert Michels, Max Weber, Werner Sombart, Joseph Alois Schumpeter e tutto il filone austro-germanico che culmina in Karl Popper.
Acqua, acqua. Troppo semplice. Chi allora? “Ranke per esempio”, ci spiega Cacciari. Per questo, aggiunge, la sinistra “ragiona sul piano sentimentale e psicologico”. Ranke, chi era costui? Il filosofo veneziano non aggiunge altro. Ranke, natürlich. Basta la parola. Immaginiamo allora che si tratti di Leopold von Ranke, grande storico prussiano, considerato il fondatore dello storicismo moderno, l’uomo che tra i primi ha gettato in soffitta i libri degli altri e si è tuffato nelle fonti.
Fatti, documenti, racconti di testimoni dell’epoca (riprodotti non senza eleganza eletteraria). Su questo si deve basare il lavoro dello storico, pontificava Ranke. “Solo dal particolare si può attentamente e coraggiosamente muovere su su verso il generale, dalle teorie generali non c’è modo, al contrario, di guardare al particolare”, è il proclama teorico più noto. E mettendo insieme le fonti e i racconti, raccogliendo particolari e dettagli, ha riempito gli scaffali dell’università di Berlino con le sue storie dei Papi e degli Ottoni, le Memorie della casa di Brandenburgo nel XVI e XVII secolo, le Guerre civili e la monarchia in Francia nel XVI e XVII secolo, una Storia dell’Inghilterra che ha aperto la strada a grandi macinatori di fatti come i britannici e gli americani. Fino a una immensa Storia universale in nove volumi alla quale ha dedicato gli ultimi anni della sua vita.
Nato nel 1795 in Turingia (allora parte del regno di Sassonia, poi passata alla Prussia), figlio di un avvocato, proveniente da una famiglia di teologi luterani, Leopold scrisse la sua prima opera imponente a 29 anni, una storia delle nazioni latine e teutoniche che comprendeva in appendice i dettami del suo storicismo pratico, contrapposto alle fenomenologie dello spirito di stampo hegeliano. Divenuto il favorito del ministro prussiano dell’Educazione, ottenne presto una cattedra a Berlino. Ma godette anche della protezione di Metternich e venne in Italia dove il principe di ferro gli fece aprire quasi tutte le porte tranne quelle degli archivi vaticani (un neo importante per uno storico del Papato che si basava sui documenti). La Humboldt Universität di Berlino, nel celebrare il 200esimo della nascita, lo ricorda come pensatore “nazionalista e conservatore”. In tarda età espresse “considerazioni attuali”, per esempio notando che “con i treni e il telegrafo tutti gli imperi e gli stati vengono uniti rapidamente in uno stretto abbraccio”. Ma Ranke non dedicò mai grande attenzione alla frattura operata dalla Rivoluzione francese. La sua idea della storia ruotava attorno a una convinzione religiosa: che fosse il risultato della volontà divina. Siccome considerava il potere come espressione aperta di questa volontà, Ranke si concentrava sugli avvenimenti politici e diplomatici. L’economia e la sociologia, discipline che proprio ai suoi tempi raggiungevano la massima espressione teorica, restavano fuori campo. Quanto al principale fenomeno politico del suo tempo, il liberalismo, lo concepiva come strumento attaverso il quale lo statista o il detentore del potere poteva correggere i suoi errori.
Cacciari ha ragione. Fa male la sinistra a non aver letto Ranke. Le manca un pezzo importante di cultura, anzi di Kultur. Ma forse la sinistra farebbe ancor peggio se seguisse la nostalgia carolingia del grande storico prussiano che potremmo volgarmente definire il bisnonno dell’asse franco-tedesco.

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