Cacciari – Islam e democrazia

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Convegno a Venezia – Islam e democrazia
Intervista al sindaco Massimo Cacciari

«La nostra risposta ai neocon»
Secondo il sindaco della città lagunare non solo è possibile, ma è anche l’unica praticabile, la via autonoma dell’Islam verso la democrazia e il rispetto dei diritti. Attenti, ammonisce, che non sia il mercato globale a dettare una nuova “way of life” economica per tutti ma anche una “way of politics”.
29-09-2005

Democrazia e Islam, un binomio che molti tendono a considerare un ossimoro e che, comunque, negli ultimi anni è stato associato alla dottrina neoconservatrice dell’esportazione, anche con le armi, del modello politico occidentale in Medio Oriente. A Venezia studiosi, intellettuali e politici progressisti proveranno a disegnare un percorso possibile che consenta di coniugare i due termini, su un terreno totalmente diverso rispetto a quello proposto dai neocon.

«Il problema – ragiona Massimo Cacciari, tra i promotori come sindaco della due-giorni veneziana – è comprendere, e dar loro la parola, i movimenti endogeni all’Islam per lo sviluppo della democrazia. La democrazia, mica siamo costretti ad esportala in quei paesi. Al contrario, è una possibilità concreta ed effettiva di sviluppo istituzionale, politico e culturale di quei paesi. La trasformazione democratica è realizzabile, proprio a partire da valori culturali immanenti all’Islam nelle sue varie componenti. Se noi, per paradosso, dovessimo concludere che l’Islam è completamente refrattario a ogni forma e a ogni discorso democratico, questo renderebbe plausibili le tesi dei neocon. Mentre noi riteniamo – dice ancora il sindaco di Venezia – che non siano solo sbagliate per le conseguenze che hanno provocato e che provocano, ma che siano erronee culturalmente, nel senso che ignorano le componenti di una democrazia autonoma sua propria, interne a fondamentali tendenze politiche e filosofiche dell’Islam. E questo vogliamo rappresentare e mostrare. Questo non è mai stato fatto a un livello così completo e rappresentativo come intendiamo fare a Venezia»

Il dibattito corrente sulla democrazia nel mondo islamico sembra confinato al piano del pluralismo politico ed elettorale. Terreno cruciale, ma non esaustivo. Si pensi al discorso più ampio dei diritti civili o a quello della condizione femminile… Se fossimo intellettualmente onesti, prima di andare a esportare la democrazia, dovremmo anzitutto interrogarci su quale modello di democrazia abbiamo in testa oggi, noi occidentali. Ed è quello di una democrazia meramente procedurale… Già, ma ciò che interessa, perché ci sia democrazia, è esclusivamente il pluralismo politico, partitico e libere elezioni per decidere chi ci governa, punto? Se fosse soltanto così, è chiaro che ci troveremmo in una situazione di difficile riconoscimento e comprensione reciproca con l’Islam, perché non v’è dubbio che nell’Islam tutti i pensatori democratici, che sono numerosissimi e che continuano a lavorare in un po’ tutti i paesi, da un secolo a questa parte, insistono sulla dimensione comunitaria, riferendosi sia agli aspetti tradizionali della comunità, la sharia, sia a quelli più moderni. Se si declina la parola democrazia in termini meramente individualistici e di libertà puramente individuale e, come assetto istituzionale pensiamo solamente a una democrazia procedurale, come dicevano già i nostri maestri, è chiaro che la relazione con una democrazia islamica diventerebbe difficilissima. E poi, non siamo noi stessi, oggi, a insistere continuamente che una democrazia funziona soltanto nella misura in cui costruiamo, certamente in modo pluralistico, anche un ethos comune? Quindi, l’elemento della partecipazione non indica esattamente questo problema? L’elemento della partecipazione e della condivisione, in un discorso federalistico serio, non indica esattamente questo tipo di problema, l’esigenza di un approccio che combini gli elementi procedurali della democrazia anche con il riconoscimento di valori comunitari? Questo non è un grande problema anche per noi? E allora da questo punto di vista potremmo intenderci anche con coloro che riflettono sullo sviluppo autonomo democratico nei paesi islamici. La condizione femminile… Bisogna stare attenti agli stereotipi: da un certo punto di vista, se dovessi prendere solo i numeri e i dati, dovrei dire –paradossalmente, ma neppure tanto – che laddove c’è il velo – la metto apposta in modo brutale – le donne nelle istituzioni e nei posti dirigenziali contano, quantitativamente se non altro, infinitamente di più di dove mostrano l’ombelico. La modernità, penso all’innovazione tecnologica e comunicativa, è di per sé un formidabile volano di evoluzione sociale. Perché non aspettare che certi processi maturino spontaneamente e invece insistere su un intervento ab extra sul terreno istituzionale? Se dovessi metterla in termini geopolitici e filoso- fici generali dovrei dire che certamente il processo di omogeneizzazione e di globalizzazione andrà avanti con una sua ferrea logica e alla fine sarà proprio il complesso tecnico-scientifico a imporre sempre più una way of life e quindi anche una way of politics comune. Ma questo cosa comporta? Non comporta forse, questa prospettiva, la distruzione di ogni identità culturale? Nell’omogeneizzazione e uniformizzazione universale della globalizzazione, le diversità, le distinzioni vengono soffocate, mentre la cultura è pluralismo, molteplicità. Ma se lasciamo fare al mercato, se lasciamo fare alla tecnica, se lasciamo fare alla scienza, ci saranno movimenti che resisteranno nel tentativo di mantenere le proprie identità culturali. E si attrezzeranno in termini polemici nei confronti di questo processo. Siamo di nuovo, mutatis mutandis, alla guerra in- finita. Dunque, è possibile parlare di una via islamica alla democrazia in questo mondo che tende all’omologazione occidentale? Ci sono tanti intellettuali, tanti studiosi ormai trapiantati e integrati nel mondo occidentale, ma ci sono anche tante correnti intellettuali operanti e signi ficative in molti paesi islamici che studiano una via islamica alla democrazia, ed è con questo mondo che dobbiamo dialogare, senza la tentazione, che di continuo emerge in Occidente, di pretendere di sceglierci noi l’interlocutore. Peraltro, con questo metodo verranno immediatamente, come sta avvenendo, delegittimati, perché appariranno all’universo del mondo islamico lo zio Tom. Il conflitto iracheno pesa sulla credibilità dell’Occidente, quando si fa paladino della democrazia e dei diritti… Pesa enormemente. Lo dicono tutti gli intellettuali islamici, sia quelli “occidentalizzati”, sia quelli che sono refrattari a un confronto su modelli plurali democratici. Basterebbe leggere le testimonianze raccolte nel libro curato da Nina zu Furstenberg, Lumi dell’Islam, tutte d’accordo su questo punto di vista. Andare via, subito, dunque. La guerra in Iraq è stata un tragico errore, e su questo non ci piove. Ma adesso come adesso bisogna cercare di andarsene al più presto, ma andarsene lasciando una situazione che permetta uno sviluppo democratico di qualche tipo. Scappando via, come dal Vietnam, non ci lasceremmo alle spalle un Ho Chi Min ma la guerra civile più disperata. L’immagine ancora prevalente, nel mondo arabo e islamico, è quella di un Occidente dal doppio standard morale. Per esempio, che siano consegnate a regimi che notoriamente praticano la tortura persone sospettate di terrorismo è una pratica che colpisce i democratici di quei paesi, anche quelli che ovviamente rigettano il terrorismo. Sì, è uno dei grandi temi del dibattito tra gli intellettuali aperti al mondo occidentale e a un dibattito democratico in tutti i paesi islamici. Ritengono tutti, a ragione, che il problema dei diritti umani da noi si è affermato in modo totalmente ipocrita: da un lato c’è la predica e dall’altro il razzolare male. E credo sia difficile dare loro torto. Non è vero, aggiungerei, che il tema dei diritti umani sia un tema occidentale ignorato dalla cultura islamica. Per noi questi diritti sono diritti universali, mentre per i paesi islamici spesso gli stessi diritti sono fatti derivare dalla dimensione religiosa: sono universali in quanto vengono affermati nel Corano o nella tradizione che dal Corano parte. C’è una grande differenza dal punto di vista filosofico – sia chiaro – la mia posizione non è quella dell’“abbracciamoci tutti”: il dialogo è interessante quando mette in rilievo le grandi differenze. Io credo che siano possibili il dialogo, l’intesa e il mutuo riconoscimento. E poi, oggi, il dibattito in Occidente non si sta sviluppando proprio sul rapporto tra politica e religione?

GUIDO MOLTEDO

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