Cacciari – Agostino, Confessioni “scandalose”

PantareiAltri AutoriLeave a Comment

Agostino, Confessioni “scandalose”

Intervista a Massimo Cacciari, che ci racconta lo “scandalo” delle “Confessioni” agostiniane,
ovvero la nascita dell’interiorità declinata in prima persona singolare
a cura di Andrea Monda

Quando nel 1966 fu presentato a Paolo VI il primo volume dell’opera omnia di Sant’Agostino, quel volume era Le confessioni. Giustamente. Non solo perché è il libro più famoso del santo africano (come è stato di recente detto, “l’extracomunitario che più ha influito sulla storia e la cultura europea”), ma perché, insieme aDe Civitate Dei, questo libro si trova alle origini del pensiero e della letteratura occidentale.

Ma qual è l’opinione di Massimo Cacciari, giunto a Roma per celebrare la conclusione di quella raccolta iniziata 38 anni fa dai monaci agostiniani, in collaborazione con la casa editrice Città Nuova?

Agostino è alle origini della cultura europea. È il padre di tutta la letteratura moderna, che non ci sarebbe stata, così com’è, senza Le confessioni di Agostino; esattamente come, senza De Civitate Dei, non ci sarebbe stata alcuna filosofia della storia.

Partiamo dalla filosofia di Agostino, ma atteniamoci a questo straordinario testo che è Le confessioni. Quale è il peso filosofico di questa particolarissima autobiografia?

Un peso enorme. Con l’Agostino delle Confessioni abbiamo la scoperta dell’interiorità, nel senso che noi diamo al termine ancora oggi. Il peso sulla cultura europea e occidentale di Agostino è incalcolabile. Dice bene: particolarissima autobiografia, perché è un concentrato del pensiero filosofico di Agostino. In questo testo c’è tutto lo scandalo agostiniano.

In che senso “scandalo”?

Lo scandalo di Agostino è nel suo parlare in prima persona. Hegel diceva che tutto ciò che è personale è falso. Prima di lui Kant e Bacone. Questa è stata la strada maestra della filosofia occidentale, per cui non ha senso parlare di se stessi, per poter parlare “della cosa”. Come si fa, infatti, a parlare in prima persona, filosoficamente? La filosofia è scienza o narrazione, ovvero letteratura? Lo stesso vale per la teologia. Eppure il teologo e filosofo Agostino ci riesce, riesce a dimostrare non solo l’utilità ma anche la necessità di parlare di sé per poter parlare della cosa. Questo è l’assillo, il pungolo che Agostino (e il pensiero cristiano mediante Agostino) pone alla cultura europea. Ed è straordinario come il filosofo affronti e risolva il paradosso. Il primo passo è chiedersi: come posso conoscere qualcuno senza cercarlo? Ma, d’altra parte, cosa cerco che già non conosco? Non posso cercare una cosa che non conosco. Devo quindi presupporre l’oggetto del mio cercare. Se cerco qualcosa vuol dire che debbo presupporne la sua esistenza. Devocredere nell’esistenza del cercato. Devo crederlo, non saperlo, perché se lo sapessi non lo cercherei. Quindi la fede è il momento essenziale, immanente a ogni ricerca. Nella ricerca c’è, non può mancare l’elemento della fede. Con tutto il bagaglio di rischio, di pericolo, che essa porta con sé. L’uomo infatti non vede Dio faccia a faccia. La natura dell’uomo è vulnerata; su questo Agostino scrive pagine sublimi, con il suo straordinario realismo, col suo duro sermo, senza mai indulgere in vaghi sentimentalismi.

Nessun autobiografismo quindi nelle Confessioni?

Assolutamente no. La grandezza, anche letteraria, di Agostino è nel suo realismo senza nessun sterile ripiegamento nel proprio io. La sua è riflessione filosofica e teologica, non certo una mera esercitazione di stile. Per Agostino il discorso è chiaro e consequenziale: se dunque il
credere è immanente alla scienza, alla ricerca, allora per giungere a sapere io non ho altra via d’accesso che la mia indagine, la mia inquisitio fondata sul credere. Non è quindi la messa a nudo in modo sentimentale dell’anima, ma è l’unica via d’accesso all’inventio veritatis, alla scoperta della verità. Percorrere la strada dell’interiorità è necessario, è la via d’accesso al “cercato”: si deve per forza sfidare l’abisso del sé, la via infinita dell’anima, per dirla con i greci. Agostino sprofonda nell’interiorità e indica questa come unica strada possibile per la filosofia, per una filosofia che non sia solo “ego cogito”, che non sia legata esclusivamente alla dimensione poetica in cui la coscienza non sia soltanto quella dell’antichità classica, ovverosia il fondamento della razionalità, la dimensione noetica dell’anima. La coscienza è abisso, è infinito. Non si può ridurre, dice Agostino, l’interiorità a sapere, una dimensione teoretica universale, idealistica e razionalistica, uguale per tutti; c’è ben altro. Con Agostino abbiamo quindi la scoperta dell’interiorità.

Come “padre dell’interiorità”, si può dire che c’è un agostinismo letterario? E in che senso?

Senza dubbio, ma attenzione perché ci sono almeno due “agostinismi”. Penso a quella formidabile figura che è stato Petrarca, forse il primo intellettuale moderno. Petrarca è un artista che svolge proprio il tema agostiniano dell’interiorità, ma lo fa verso una direzione pericolosa, quella dell’homo duplex, dell’uomo duplice, mentre quest’esito non lo troviamo in Agostino, che supera la “duplicità” intesa come “dubbiosità”. In Petrarca invece, primo moderno, la dubbiosità rimane un esito insuperabile; il grande poeta segue Agostino nel cammino dell’interiorità, ma si ferma un attimo prima, non arriva all’illuminazione della fede che è l’unica dimensione in cui si dà un nome al “cercato”, in cui il “cercato” rivela il suo nome: “Io sono colui che è”, il Dio biblico e cristiano. In Petrarca di fatto ancora convivono Agostino e Seneca (che Agostino cordialmente detestava): è veramente il primo intellettuale moderno e dopo di lui molti altri faranno come lui, da Montaigne a Kierkegaard, ma anche lo stesso Heidegger. L’inizio di Essere e tempo è tutto agostiniano, ma poi Heidegger rimane anche lui all’interno della filosofia senza superare il cammino della ricerca e tuffarsi (o essere catturato) nella fede. Egli resta il filosofo che identifica la filosofia in quell’infinita “inquisitio”, che sempre si rinnova, senza posa. Bisogna quindi distinguere due agostinismi: quello proprio di Agostino e del pensiero cristiano, che sfocia nella beatitudine della fede, e quello di tanta filosofia successiva ad Agostino e che da Agostino non può prescindere, ma che quasi finisce per ribellarsi al suo modello o a quelle conclusioni religiose. Tutto ciò porta ad una “inquietudo sine beatitudine”. Parlo di tanta filosofia, quasi tutta quella occidentale, ma lo stesso si può dire per tanta letteratura: laddove non puoi concludere la ricerca ti resta la poesia, la dimensione lirica. In questo senso si può parlare certamente di un “agostinismo letterario”, di una forte influenza agostiniana sulla letteratura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.