Antifascismo. Cacciari: un luogo comune, ai giovani non dice nulla

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Il filosofo sull’antifascismo: aveva ragione Saba, lasciamo che i morti seppelliscano i morti 
Corriere della Sera, 27.03.2005

«Continuare a dirsi antifascisti? Embe’? Sai che novità: siamo tutti antifascisti, lo dicono pure Berlusconi o Fini, e quando una parola va bene a tutti vuol dire che ha perso di significato, per forza, ci diciamo “anti” qualcosa che è morto e sepolto».

 Dice che non ha più importanza, professore?

 «Dico che le parole si usurano come ci usuriamo noi, e l’antifascismo purtroppo è diventato un luogo comune che sta sulla bocca di tutti tranne che della Mussolini! E vuole che dica che sono anti Alessandra Mussolini? Ma non ci perdo un secondo di fiato…». Il filosofo Massimo Cacciari ha appena finito un’altra giornata elettorale nella sua Venezia e tira un lungo sospiro, «aveva ragione Umberto Saba: il nostro problema è che questo è un Paese nonnista, di fratricidi e mai di parricidi, siamo buoni solo ad ammazzarci quando siamo in vita, fratelli contro fratelli, e non lasciamo mai in pace padri e nonni, alla faccia di ciò che diceva Gesù: lasciamo che i morti seppelliscano i morti…».

 Ma quello che è successo a Roma non è molto edificante, no? Come se l’antifascismo fosse un valore intermittente: torna buono il 25 aprile ma se si tratta della Mussolini la sinistra chiude un occhio…

 «Un momento, non è che abbiamo fatto accordi con la Mussolini perché entri in giunta, è lei ad essere in rotta con An. E mi pare del tutto evidente che il centrosinistra speri di avvantaggiarsene ai danni di Storace, mica c’è bisogno di rileggersi Machiavelli…».

 Ci sono pure quelli che l’hanno aiutata a raccogliere firme, però…

 «E sono dei poveri fessi, perché al di là dell’aspetto morale, gravissimo, non hanno capito che una cosa del genere rischia d’essere un boomerang e far perdere più voti di quanti ne procuri. Gliel’hanno forse chiesto Prodi o Fassino? Andiamo, mi rifiuto di crederlo, è un caso locale da bar sport e non ne farei una tragedia greca. Che poi la Mussolini possa essere utile, è un altro discorso: pure Bush riuscì a battere Al Gore grazie ai voti di un estremista di sinistra come Nader, che male c’è?».

 Sì, ma l’«antinaderismo» negli Usa non è un valore fondante come l’antifascismo in Italia. Così non lo si uccide?

 «È la retorica che uccide! Fascismo e comunismo, secondo le loro formulazioni reali, sono cani morti. Certo, uno può sempre ricrearseli, sa come diceva Eraclito: i desti hanno un mondo unico e comune, ma ciascuno dei dormienti si ritira nel suo. Però chi è sveglio sa che nella storia non si darà mai nulla di uguale, che le forme di totalitarismo del XX secolo sono finite e di Hitler, Stalin e Mussolini sarebbe ora ne parlassero gli storici e basta».

 E ora le diranno: vergogna, nega il valore dell’antifascismo!

 «Macché, io così lo affermo, il valore dell’antifascismo! Ne parlo come qualcosa di vivente, che fa parte dell’esperienza politica attuale. Perché quando sorge, l’antifascismo è fatto di giovani che combattono e fanno la rivoluzione, accidenti, la Resistenza è un colossale casino dove ci sono cattolici, comunisti, laici, liberali. Era una cosa viva, fatta di dibattito politico, passione, conflitto, non una cartolina in cui tutti si riconoscono in modo retorico e vuoto».

 E il 25 aprile, allora? Ha ancora senso celebrarlo?

 «Certo, le ricorrenze civili si celebrano, figuriamoci se non si deve festeggiare la Liberazione. Nei termini dovuti, però: perché non ci chiediamo quali siano oggi i rischi che corre la democrazia? Perché non spieghiamo che i blocchi economico-politico-militari, i conflitti d’interesse e i monopoli mediatici sono pericoli ancora più subdoli perché in apparenza compatibili con le società democratiche? La storia è sempre storia del presente, come dicevano sia Gramsci sia Gentile».

 E quindi?

«Il linguaggio bisogna saperselo reinventare. Le ricorrenze devono essere l’occasione di una lettura critica dell’oggi: se si rivolgono al passato per uccidere uomini morti diventano delle palle terrificanti che non interessano più a una sola ragazza o ragazzo sulla faccia della Terra. Sa qual è il nostro dramma?»

 Qual è?

 «Che questo Paese dimentica i giovani, la politica adotta un linguaggio che non comunica nulla sotto i trent’anni, anzi sotto i quaranta. E quando fai la campagna elettorale e parli con i ragazzi lo vedi a occhio nudo, non c’è bisogno di sondaggi».

 C’è un altro problema: a sinistra si dice che il 25 aprile dev’essere la festa di tutti, però viene spesso presentata «contro» qualcuno: dalla lotta ai guerrafondai, quest’anno si è passati alla difesa della Costituzione, Unità e Liberazione chiamano a raccolta…

 «Mi faccia capire: abbiamo questa colossale patacca della Lega, regalata ignobilmente da Berlusconi a Bossi, e noi cosa facciamo? Urliamo “viva la Costituzione di tre generazioni fa”?».

 A quanto pare…

 «Ma perché non facciamo un 25 aprile proponendo un nuovo modello di Costituzione e un nuovo Parlamento? Bisogna in-no-va-re, tras-for-ma-re!».

 In ogni caso, non trova insensato che una festa nazionale debba vedere sempre una parte contro l’altra?

 «Ma quello va benissimo! Celebriamo tutti insieme il 25 aprile e al contempo ciascuno lo festeggi a modo suo! Allora sì che avremmo un dibattito politico reale , sui contenuti dell’ oggi , e non una vuota celebrazione retorica. Allora sì che l’antifascismo sarebbe vivo e non un quadro da contemplare appeso in un museo».

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