Aldo Masullo – Tentati dalla luce

pantareiA. Masullo | Testi0 Comments

Il Mattino Online 30/12/01

Aldo Masullo

Tentati dalla luce

La speranza è la ricchezza del povero. Il potere, nei regimi democratici, la distribuisce a piene mani, come nelle dittature distribuisce la paura.

Di tutte le emozioni che animano la vita dell’uomo, solo la compassione è più forte della speranza. La compassione, come avverte Max Scheler, non va confusa con il “contagio affettivo” che è, dinanzi all’altrui sofferenza, il lasciarsi a propria volta catturare da una passiva e sterile sofferenza, bensì consiste nel “comprendere la qualità della sofferenza altrui, senza soffrire con lui”, ma fattivamente adoperandosi al suo soccorso. La compassione, così intesa, è l’unica emozione autonoma, è la vita stessa nella sua forza di spontanea effusione, la vita che nella sua pienezza è gratuito dono di sé.
Qualcuno, come Spinoza, vede nella speranza nient’altro che “una letizia incostante, nata dall’immagine di qualcosa, della cui realtà dubitiamo”. Essa dunque, come la paura, con cui coesiste, “segnala un difetto di conoscenza e un’impotenza della mente”, e per conseguenza “non è mai senza tristezza”. Come la paura, la speranza è figlia dell’insicurezza. Ma, dal momento che “gli uomini di rado vivono secondo i dettami della ragione”, la speranza, non meno della paura, dell’umiltà e del pentimento, in fondo “arreca più utilità che danno”, in quanto “coloro che sono sensibili a questi affetti sono riconducibili molto più di altri a vivere sotto la guida della ragione”.
Questa tesi si radicalizza con Nietzsche, per il quale la speranza non è che un potente farmaco, medicina o addirittura droga: essa “è per la vita uno stimolante ben più forte di qualsiasi particolare gioia effettiva”.
La speranza, con Spinoza, serve la vita ordinata dalla ragione, o più semplicemente, con Nietzsche, la vita nel suo generale volersi, insomma è subalterna ad uno specifico stile razionale della vita oppure alla vita nella sua naturale potenza, senza essere essa medesina né la ragione né la vita.
Se la speranza è lo specchio fatato, in cui il narcisista s’incanta dinanzi al desiderio di sé, la compassione ha gli occhi aperti sulle cose e, non essendo sedotta dal suo speculare fantasma, è realista e, scorgendo l’effettiva pena dell’altro, è altruista. La compassione è l’età moralmente adulta, sotto il segno del “principio di realtà”. La speranza è l’età moralmente infantile, in balìa del “principio di piacere”. Se l’immaginazione nutre la speranza, la ragione invece nutre la compassione. Laddove la compassione, lavorando a lenire il male prodotto dai capricci della realtà, ne vendica le vittime, la speranza punta tutto sul favore di questi capricci.
Nel quotidiano, il debole spera con umiliata pazienza, il potente progetta con la superba presunzione di decidere sulle cose del mondo. L’uomo moralmente forte a sua volta fortemente vuole, nel decidere di sé, attento sempre a non perdersi per la folle ambizione di oltrepassare i limiti della sua finitezza. Egli che, alla luce della sua autocritica razionalità, non teme di soffrire né ha paura della morte, allorché s’imbatte nella sofferenza dell’altro, lo soccorre quanto meglio sa e può. Realizza così l’umanità, ossia la coappartenenza trans-spaziale e trans-temporale di tutti i figli dell’uomo.
Quando, nonostante ogni sforzo, soccorrere l’altro si mostra impossibile o vano, perfino la forza morale sbatte contro la sua impotenza e solo allora si rassegna alla necessità. In ogni caso, per l’uomo che soffre, la benevolenza di un altro è la sola affidabile speranza: difficile ma non irragionevole speranza.
La speranza, come ogni emozione, non è concetto che si pensa, ma vissuto che si prova. I vissuti forti e diffusi tendono a trasfigurarsi in valori. Colui che, bambino, ha sperimentato nel dolore la forza consolatrice della carezza materna, da adulto non resiste all’idea di essere allo scoperto, di non avere alcuna protezione su cui contare contro i pericoli incombenti e contro il più minaccioso di tutti i pericoli, l’ignoto.
L’uomo sociale, che come nazione o razza o classe, patisce consapevole di esser vittima di un’iniqua macchinazione di forze storiche, immagina la sua protettiva copertura, il suo “principio-speranza”, in un attore straordinario, capace di rovesciare il peso della dialettica politica corrente, e di muoversi perciò nella dimensione del valore “utopia”. D’altra parte, ogni privatissimo uomo, nel sentirsi ogni volta colpito nel suo stesso esistere dalla violenza di quell’inesorabile e incessante potere della differenza, che noi siamo abituati a chiamare “tempo”, più acutamente risente la nostalgia della perduta protezione infantile e, volgendo gli occhi al cielo, finisce per immaginarvi un confortante cenno paterno, il valore del divino.
Sia l'”utopia” politica, sia l'”annuncio” religioso, drammatiche speranze di non essere senza protezione di fronte a un male relativo e storico, o anche dinanzi all’assoluto e metafisico abisso del nulla, sono in ogni caso speranze dell’inaudito, speranze del nuovo. Perciò Anna Arendt esalta l’evento della “nascita” e il teologo Paul Tillich ammonisce che, solo “dimenticando”, Dio può “nascere”. Anche qui, tuttavia, la speranza non è senza prezzo di pena, poiché senza morte non può esservi nascita. La morte non è il contrario della vita, ma della nascita: la vita le tiene in sé entrambe, inseparabili.
La temerarietà religiosa sta nello sperare non solo nella nascita nuova, ma nella soppressione della morte.
Mentre una persona amatissima gli sta morendo, l’ateo è costretto a subire la più terribile delle prove, la tentazione della speranza.

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