Aldo Masullo – Sogno o son desto?

pantareiA. Masullo | Testi0 Comments

Il Grillo (15/5/2001)

Aldo Masullo

Sogno o son desto?

STUDENTESSA: Siamo al liceo “Umberto I” con il professore Aldo Masullo, che ringraziamo di aver accettato il nostro invito, per discutere del sonno e della veglia della ragione. Prima però guardiamo una scheda filmata.

“La vita e i sogni – dice Schopenhauer – sono pagine di uno stesso libro”. Da sempre, nelle più diverse geografie simboliche, il confine fra la vita cosciente e il sogno, l’esistenza onirica, è un confine che appare labile, a tal punto da considerare lo stato di veglia semplicemente come un sogno dell’uomo. Forse per questo, si è poi avvertita la necessità di contrapporre drasticamente veglia e sonno, come, ad esempio, fa Aristotele guardando al sonno e al sogno come a una vita diminuita, ridotta a una sorte di morte in vita. Così Platone, per bocca di Socrate, parla della morte come di “unico sonno senza sogni”. C’è dunque un’inquietante vicinanza fra Hypnos – il sonno – e Tanathos – la morte – che appaiono diversi solo per durata. Anche il Cristianesimo sembra gettare un certo sospetto sul sonno, dando valore alla veglia, come disposizione alla vigile attenzione e all’attesa. Cristo, nell’Orto degli Ulivi, rimprovera i discepoli che si sono abbandonati al sonno, che non hanno saputo vegliare con lui. Le cose non cambiano entrando nella Modernità. Il sonno e il sogno, prima dell’audace esplorazione freudiana, restano il negativo della vita umana, la sua ombra. “Il sonno della ragione genera mostri”, è stato detto. Ma anche le sue veglie, anche l’insonnia della ragione può partorire creature deformi. Forse sonno e veglia devono restare un’unica cosa; forse l’uomo, stordito, smarrito, non può che continuare a chiedersi, di fronte all’inestricabile ordito del mondo e della storia, se sogna oppure è desto. 

STUDENTE: Come abbiamo visto dalla scheda filmata il sonno della ragione genera mostri. Può spiegarci il perché?

MASULLO: La prima spiegazione è piuttosto semplice: perché le azioni che noi compiamo debbono essere capaci di mantenerci in un rapporto equilibrato, sia con noi stessi che con la realtà che ci circonda. E quindi soltanto quando la ragione ci guida questo equilibrio può essere mantenuto. Quando la ragione dorme, cioè quando la ragione non opera, quando la ragione si distrae, quando la ragione viene messa fuori gioco da ragioni possibilmente diverse, questo governo del nostro corpo, questo governo del nostro rapporto con la realtà, non c’è più. Quindi siamo, per così dire, “sgovernati”. E lo “sgoverno” produce mostruosità. Tra l’altro credo che sappiate che mostro è una parola che non significa necessariamente un che di negativo. Mostro è ciò che non è abituale, mostro è ciò che suscita meraviglia, mostro è ciò che ci sconvolge nelle nostre aspettative consuete. Quindi la ragione genera mostri, non necessariamente nel senso malefico della parola, ma certamente nel senso che abbiamo perduto il controllo del nostro rapporto con il mondo e quindi possiamo anche non riconoscere più ciò che ci circonda e quindi è come se ci trovassimo prigionieri dei mostri, di ciò che ci appare per la prima volta, e quindi ci sconvolge.

STUDENTESSA: Sì, ma qual è il rapporto tra sonno/sogno e la vita umana? Cioè c’è una netta linea di confine che li separa o tra di loro si confondono?

MASULLO: Questo che Lei pone è una delle domande filosofiche più difficili, quindi mi complimento con la Sua penetrante interrogazione. Come si distingue il sogno dalla veglia? Questa è una domanda che spesso i filosofi si sono posti. E potremmo dire che se l’è posta nella maniera più esplicita Cartesio, questo grande filosofo, con il quale insieme ad altri si può dire che cominci l’età moderna: l’età moderna del pensiero, l’età moderna della cultura, l’età moderna della civiltà. E Cartesio pone questa domanda, alla quale egli stesso dice che è molto difficile poter dare una risposta, perché in fondo, sogno o son desto, quando noi normalmente sogniamo, e poi ci ricordiamo, svegliandoci, di aver sognato, nel momento in cui sogniamo, noi non ci accorgiamo di sognare. Ce ne accorgiamo dopo, quando ci svegliamo, perché quelle immagini che ci accompagnavano e magari ci avevano spaventati, o attratti, o affascinati, scompaiono. E allora, quando noi riteniamo di essere desti, come facciamo ad esserne sicuri? Potrebbe anche trattarsi soltanto di un sogno. Per esser sicuri della cui qualità di sogno, o per essere sicuri della sua qualità di qualità, dovremmo entrare in un’altra dimensione. Così come, quando sogniamo e poi ci svegliamo, entriamo in un’altra dimensione rispetto a quella del sogno. È soltanto paragonando due dimensioni diverse che noi possiamo valutare la prima delle due dimensioni. Allora, quando siamo svegli, come facciamo ad essere sicuri che lo siamo? Empiricamente sì, abitualmente sì. Sarebbe bello che adesso, dovendo tornare a casa per far colazione, ci ponessimo il tremendo dubbio: “Ma che stiamo soltanto sognando e arrivati a casa non troviamo niente?”. Praticamente dobbiamo pure avere qualche certezza, ma dal punto di vista filosofico non si tratta di avere delle certezze approssimative, si tratta di avere delle certezze assolute, delle certezze necessarie. E potremmo dire che qui è anche il primo scacco della filosofia: il rendersi conto che certezze assolute, che certezze necessarie, quelle di cui la filosofia si occupa, tuttavia non se ne possono avere. La prima certezza che non si può avere è proprio quella se siamo desti o, viceversa, sogniamo. Ecco allora perché con questa domanda inizia la filosofia moderna, perché la filosofia moderna è caratterizzata dal senso critico, cioè dalla nostra insolente volontà di non accontentarci più delle cose che ci vengono raccontate, di non accontentarci più delle cose che ci vengono insegnate. Cartesio è lo stesso filosofo che proclamava che alla base della conoscenza c’è il dubbio. E quindi il primo dubbio è: ma siamo desti o sogniamo? Ed è un dubbio non risolvibile. Perché? Perché, tra l’altro, dice Cartesio, che cosa mi dice che io esisto? Il fatto che ho coscienza di esistere. Ma per quanto tempo io esisto? Per tutto il tempo per il quale io ho coscienza di esistere. Ma quando mi addormento e non ho coscienza di esistere, esisto ancora o non esisto più. Di fatto sì, sappiamo che esistiamo ancora, ma da un punto di vista assoluto, da un punto di vista rigoroso, da un punto di vista razionale, non possiamo dire di esistere. Lo dicono gli altri, quando ci svegliamo: “Tu eri qui che dormivi”. Ma anche qui dobbiamo fidarci della parola degli altri. E allora la filosofia, nella sua radicale volontà di capire le cose così come esse stanno, si trova tuttavia di fronte a questo muro insormontabile, che è quello della impossibilità di stabilire se siamo svegli o viceversa dormiamo.

STUDENTESSA: Cosa spinge gli uomini a sognare? L’insoddisfazione della vita o cos’altro?

MASULLO: Il sogno, secondo alcuni e anche, potremmo dire, secondo una facile intuizione, non è altro che la presenza dei nostri desideri, delle nostre paure profonde, che si scatenano quando la coscienza non li tiene più a freno. Il sonno della ragione genera mostri. E perché non potrebbero essere mostri i nostri sogni, le nostre paure, le nostre ansie e le nostre attese, i nostri desideri? Sono mostri, non nel senso che siano necessariamente brutti, ma nel senso che non sono abituali. Un desiderio è il desiderio di qualcosa che non ho e probabilmente potrei anche non averla mai. E allora ecco che io nel sogno do vita alla cosa desiderata, la faccio apparire, la incontro come se la incontrassi mentre sono sveglio e quindi soddisfo il mio desiderio nel sogno. E il mostro diventa un mio compagno, il mostro diventa un amico. O, viceversa, posso sognare qualcosa che mi spaventa. Durante la vita desta, mentre sono sveglio, c’è qualcosa che mi fa paura, qualcosa che non riesco magari neppure a identificare e che tuttavia mi atterrisce. Ed ecco che io ho un sogno che generalmente chiamiamo incubo, cioè quando il mio sogno è come l’essere perseguitati da qualche cosa da cui viceversa vorrei tenermi lontano. Ecco allora come il sogno da questa semplice nostra riflessione si rivela essere il luogo dei nostri desideri e delle nostre paure, dove cioè i nostri desideri e le nostre paure entrano in scena. E immaginate il sogno come un teatro. Andare a teatro significa vedere rappresentati sentimenti, passioni, paure, desideri. Sono i nostri sentimenti, le nostre passioni di uomini che vengono rappresentati, personificati, presentati a noi come se ci stessero dinanzi. Così succede anche nel sogno. Il sogno è il nostro teatro intimo, il sogno è il palcoscenico sul quale noi recitiamo i nostri fantasmi, facciamo i burattinai dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni, delle nostre passioni.

STUDENTESSA: Il sogno è qualcosa di eterno e indispensabile? Possiamo pensare a una vita senza sogni?

MASULLO: Questa è una domanda metafisica, nel senso che è una domanda alla quale non si può dare risposta in termini razionali, perché per poter dire se è possibile una vita senza sogni, dovremmo sapere con chiarezza che cosa sia la vita. E la vita è la cosa che meno possiamo sapere con chiarezza, per la semplice ragione che noi ci stiamo dentro, che la vita siamo noi stessi. E Voi, per capire una cosa, la dovete mettere a una certa distanza. Potete mettere a distanza la vita che siete Voi stessi? Posso mettere a distanza la vita che sono io stesso? Io posso mettere a distanza una rappresentazione approssimativa della mia vita, ma non posso mettere a distanza la mia vita così come essa è realmente vissuta. D’istante in istante noi viviamo. In questo momento noi proviamo anche delle emozioni. Saranno le emozioni ironiche di quel giovanotto che ci sta davanti, che ha anche ragione di avere ironia perché senza ironia saremmo prigionieri della nostra limitatezza. Con la ironia la mettiamo un poco a distanza, ma non tanto da poterla contemplare in modo indifferente. E quindi l’ironia, il piacere, la noia: “Ma quando finisce questo dibattito!”, eccetera. Ognuno di noi vive in un certo modo l’attimo che sta vivendo. E possiamo mettere a distanza dall’attimo che ciascuno di noi sta vivendo l’attimo che sta vivendo? Dovremmo uscire fuori di noi stessi. Dovremmo sdoppiarci. Il che ovviamente è impossibile. E questo è l’aspetto diabolico della filosofia, che va a mettere il naso laddove non è possibile che si afferri, che si colga un particolare odore, che si colga un oggetto rappresentabile. La filosofia serve a mettere la pulce nell’orecchio, a inquietare, a rendere meno sicuri di noi stessi e delle certezze quotidiane. Ma soltanto così si diventa veramente persone, cioè ci si appropria della propria vita, pur non potendone uscire fuori, pur non potendola mettere a distanza da noi. Ma ce ne appropriamo così come il tuffatore, gettandosi nell’acqua non è che metta a distanza l’acqua, non è che la possa contemplare, ma tuttavia entra dentro di essa, la fa in qualche modo propria, la rende familiare a sé.

STUDENTESSA: Se il sogno ha quindi un rapporto con la nostra vita reale, allora la ragione può spiegare i sogni? Ma il sogno non è qualcosa di opposto alla nostra razionalità?

MASULLO: Credo che prima di rispondere a codesta domanda, sia utile chiarirci sul significato della ragione, che Lei, nella Sua domanda, ha interrogativamente posto la relazione tra la ragione e il sogno e li ha considerati come opposti: la ragione e il sogno. Questo implica che il sogno sia questa cosa inafferrabile, sia questa figurazione immaginosa, sia questa fascinazione notturna, che poi, alle prime luci dell’alba, quando noi ci ridestiamo, dilegua, quindi non ha consistenza. E dall’altra parte è la ragione che sarebbe la grande padrona della realtà. Ora noi, nella nostra età, che è un’età illuministica nella sua origine, razionalistica, e quindi noi tutti abbiamo fiducia nella ragione. Soprattutto Voi giovani dovete avere fiducia nella ragione, perché la ragione ha i suoi limiti, ma è l’unico strumento di cui disponiamo per poterci governare nel rapporto con la realtà e con noi stessi, ma ha i suoi limiti. Allora, quando Lei oppone la ragione al sogno, è come se opponesse una dimensione irrazionale, inafferrabile, caduca, precaria, di cui non ci si può fidare, ad un’altra dimensione invece sicura, potente, perfetta che sarebbe la ragione. Invece, come or ora ho detto, la ragione non è potente senza limiti, non è capace di fare tutto. La ragione è veramente se stessa quando è capace di riconoscere anche i propri limiti ed è capace di riconoscere che, accanto ad essa, vicino ad essa, dietro di essa, nascosta un po’ lì, un po’ dall’altra parte, c’è anche altra cosa, che non è la ragione, e sono appunto i nostri sentimenti e le nostre passioni, il nostro corpo. Nietzsche diceva che il corpo è ragione. Ma è chiaro che, quando si dice che il corpo è ragione, si vuol dire che il corpo è un sistema di relazioni. Ratio, ragione, ratio e relatio, relazione. Quando si dice la ragione di una classe, che cosa significa? Voi costituite una ragione, una ragione comune. Ma non è la ragione comune qualche cosa che stia di sopra di Voi. La ragione comune è l’insieme delle relazioni che si sono stabilite tra di Voi, nella Vostra vita scolastica. Quindi la ragione è la relazione. Allora la ragione, di cui noi comunemente parliamo, questo strumento che ci consente di governarci, è la relazione fra le nostre esperienze, fra i principi logici, fra le nostre immaginazioni, fra i nostri sentimenti. La relazione fra tutto ciò è la ragione. Allora che rapporto c’è fra la ragione e il sogno? La ragione è il sistema delle relazioni che noi costruiamo, costruendo la nostra vita di persone, da svegli, consapevolmente. E invece il sogno è anch’esso una parte di questa relazione, ma è quella parte della nostra relazione che non compare quando la relazione c’è, che si nasconde. È la faccia della luna che non si vede, perché noi vediamo solo la faccia illuminata dal sole. E questa è la complessità del nostro essere soggetti, del nostro vivere non soltanto fisicamente, ma moralmente, intellettualmente. Noi, con la nostra intelligenza, è come se illuminassimo il mondo che ci circonda, Ed esso ci appare, ha le sue figure, però dobbiamo anche sapere che dietro questo mondo che ci appare e che non è altro se non la proiezione della nostra intelligenza, alle spalle della nostra stessa intelligenza c’è qualcosa che sfugge alla nostra intelligenza e che noi, qualche volta, vediamo manifestato, come, per sintomi, nel sogno. Quindi, come vedete, il sogno è quella dimensione che forse ci deve essere più cara, perché è quella che ci lascia intuire, intravedere, quella parte di noi che meno si manifesta nel sistema delle relazioni che costituiscono la ragione vigile, la ragione sveglia. E quindi il rapporto ragione/sogno è un rapporto carico di problematicità. Cioè non è riducibile ad un concetto semplice, ma si può dire che ci sono tanti rapporti fra la ragione vigile e il sogno quanti siamo noi individui. Ognuno di noi ha il suo rapporto con il sogno e in ogni momento della sua vita ha un rapporto diverso con il sogno. Quindi, quando noi inseguiamo la nostra identità, dobbiamo inseguirla tenendo conto anche dei nostri sogni, ma sapendo che i nostri sogni qualche volta ci rivelano aspetti di noi stessi, che altrimenti non coglieremmo. Ma altre volte ce li nascondono o addirittura ci ingannano, con false apparenze. E infatti Amleto, nella celebre tragedia di Shakespeare, proprio quando si trova di fronte al fantasma del padre ammazzato, giunge a formulare l’idea della incertezza e della impossibilità di stabilire se si è svegli o viceversa si sogna, la impossibilità di superare il dubbio della vita. Noi dobbiamo abituarci a vivere con il dubbio, che, Vi assicuro, forse è più pesante, disturbante, però è certamente meno noioso che se vivessimo con una certezza solare, perché, se vivessimo con una certezza solare sapremmo già tutto di noi stessi e degli altri, e la vita non avrebbe più quel carattere di avventura che essa deve avere e quindi non ci riserverebbe più sorprese cattive, ma neanche buone. Sarebbe niente altro che una monotona ripetizione del nostro oggi per un numero più o meno lungo di giorni. E invece noi viviamo tra ombre e luci, navigando a vista, come Ulisse.

STUDENTE: Secondo Lei, il sogno ha una funzione essenzialmente conoscitiva, nel senso che permette di accedere a un piano diverso della realtà, diverso da quello che noi viviamo ogni giorno, nella vita diurna, quindi quando siamo svegli?

MASULLO: Bisogna anche qui chiarire preliminarmente che cosa si intende per conoscenza, perché ci sono tanti modi di intendere la conoscenza. Ci sono i modi della scienza positiva, ci sono i modi della scienza logica, ci sono i modi degli astronomi e ci sono i modi degli artisti. La verità di una musica non è la stessa verità di un teorema di geometria. Allora, quando diciamo che il sogno ci può fare da strumento di conoscenza, non possiamo, per esempio, immaginare che il sogno ci metta di fronte a dei fenomeni naturali, ci faccia conoscere dei fenomeni naturali, che altrimenti non riusciremmo a conoscere, che il sogno ci faccia conoscere dei principi teorici, che altrimenti non conosceremmo. No, non in questo senso il sogno è conoscenza. Ma il sogno è conoscenza in quel modo a cui si accennava all’inizio del nostro conversare, quando si è detto che nel sogno, per esempio, noi scopriamo l’emergere di desideri, scopriamo l’emergere di paure. E i desideri e le paure sono nostri desideri e nostre paure. E quindi il sogno da questo punto di vista ci aiuta a conoscere noi stessi. Non dunque conoscenza nel senso epistemologico della parola, ma conoscenza nel senso psicologico, nel senso della migliore appropriazione della nostra stessa soggettività.

STUDENTESSA: Come è cambiata la concezione dei sogni dai tempi antichi rispetto ai tempi moderni?

MASULLO: Certamente nei tempi antichi il sogno veniva compreso attraverso la trasfigurazione dei miti, come è proprio di tutta la intelligenza del mondo premoderno, prerazionale. Quando si dice “mondo prerazionale” – e qui chiariamo implicitamente anche il significato di prerazionalità -, non si vuol dire che gli antichi fossero stupidi o che gli antichi fossero privi di conoscenza, ma la cosiddetta razionalità si manifesta in modi diversi. E la razionalità che noi pratichiamo è la razionalità che si manifesta nei concetti filosofici astratti, che si manifesta nelle leggi scientifiche, verificabili sperimentalmente. Invece la razionalità degli antichi si esprimeva attraverso il racconto, proprio come certi aspetti della nostra vita profonda si manifesta attraverso il sogno. Potremmo dire che gli antichi sognavano molto più di noi, che gli antichi cercavano di comprendere se stessi e il mondo attraverso quel grande sogno ad occhi aperti che è il mito, la narrazione favolosa. E paradossalmente cercavano di comprendere attraverso il mito, attraverso la narrazione favolosa, anche quel piccolo mito che è il sogno. E quindi mitizzavano il mito che è il sogno. Esempio: ne Le metamorfosi di Ovidio si riporta il celebre racconto, che si trova anche in altri testi del mondo antico, greco soprattutto, di quel personaggio che, amando moltissimo la moglie ed avendo dovuto affrontare un lungo viaggio, naufragò e nel naufragio, mentre, nei pochi attimi che lo separavano dalla morte, cercava di ricostruire la sua vita, sentiva soprattutto il dolore di abbandonare la moglie, senza averle rivolto neanche una parola di saluto. E allora ecco che Morfeo, il sonno, chiama uno dei vari sogni che stavano al suo servizio e lo incarica di andare da questa donna, che non sapeva nulla del naufragio del marito, a raccontarle che il marito è naufragato, ma che nel naufragare ha pensato a lei con estremo dolore e le ha mandato il suo saluto. E il sogno va, mentre questa donna dorme tranquillamente, e le racconta il tragico evento della morte del marito e al tempo stesso le racconta la testimonianza dell’amore che il marito provava per lei. Ecco allora come noi qui abbiamo un sogno che informa, che fa conoscere, che racconta come testimone qualche cosa che altrimenti nessuno più avrebbe potuto testimoniare e raccontare a quella donna. E quindi la conoscenza non come astratto possesso della realtà che ci circonda, ma viceversa, la conoscenza come conservazione ed esaltazione dei rapporti umani, dei rapporti di affetto, dei vincoli di amore che legano gli uomini. E quindi una funzione positiva, creativa, vorrei dire morale del sogno.

STUDENTE: Non crede che l’umanità sia progredita proprio grazie ai grandi sogni?

MASULLO: Certamente l’umanità è progredita in base a tante sue escogitazioni e quindi a tante sue capacità. Ma il dire che è progredita per la sua capacità di sognare direi che può essere considerata anche una verità scientifica, perché un grande psicologo come Alfred Bion, per esempio, sostiene che noi, anche quando siamo svegli, sogniamo, sogniamo ad occhi aperti. E, se non sognassimo ad occhi aperti, non potremmo vivere in modo costruttivo, creativo. Perché, in effetti, se noi non sognassimo ad occhi aperti, saremmo come questo libro o questo tavolo, saremmo dei pezzi di materia e cesseremmo di essere pezzi di materia soltanto nel momento in cui avremmo coscienza chiara e scientifica di tutte le cose. Ma se avessimo coscienza chiara e scientifica di tutte le cose, saremmo dei puri spiriti. Noi non siamo né dei pezzi di corpo puramente materiale, né dei puri spiriti. Noi siamo, per così dire, a mezzo tra lo spirito e il corpo, in una zona intermedia. E questa zona intermedia è appunto il sogno, non il sogno che sogniamo quando dormiamo, ma quel sogno che ci accompagna quando siamo svegli, perché mentre noi stiamo adesso parlando, ognuno di Voi già va un poco al di là della realtà effettuale. Ognuno di Voi si sta in qualche modo immaginando quello che noi stiamo facendo oltrepassando quello che noi stiamo facendo. E ognuno di noi oltrepassa quello che sta facendo in un modo suo tutto personale e tutto particolare. Ognuno di Voi mi appare in un modo diverso da come appare agli altri, da come appare a se stesso, se si pone davanti allo specchio. Ma mi appare non solo fisicamente. Mi appare perché io colgo un lampo di intelligenza, un lampo di curiosità, un lampo di attenzione. Probabilmente colgo anche qualche cosa che non c’è. E quindi io sogno. Ma se io non sognassi ad occhi aperti, se io non Vi vedessi come, in qualche modo, desidero vederVi, riuscirei adesso a parlare e ad assolvere alla funzione a cui sto assolvendo in questo modo? E quindi ecco che il sogno c’è sempre. È ciò che costituisce l’interstizio del tessuto della nostra vita, quell’interstizio di cui non ci accorgiamo proprio perché è il nostro sogno. E, mentre si sogna, non ci si accorge di sognare.

STUDENTESSA: Secondo Lei, è oggi possibile affermare che la società in cui viviamo, rispetto al passato offre maggiori stimoli per il sogno dell’uomo, o oggi avviene il contrario?

MASULLO: Ma il discorso sulla società nella quale Voi ed io viviamo, Voi con prospettive di rimanerci molto più a lungo, è un discorso che andrebbe molto al di là dei limiti di tempo che probabilmente abbiamo già superato nella nostra conversazione. Ma vorrei dare una risposta rapida alla Sua domanda. Per esempio la nostra società offre al bambino molti giocattoli che una volta non esistevano. Quando io ero piccolo immaginavo per esempio di cavalcare e di andare in battaglia cavalcando. Ma il mio cavallo non era altro che il bastone della scopa. E tuttavia quel bastone della scopa nel momento in cui io giocavo non era più il bastone della scopa, era un destriero lanciato. Cioè io sognavo e attraverso il sogno trasfiguravo quell’oggetto povero di cui disponevo. Oggi, viceversa, noi siamo colpiti, invasi, travolti da mille cose, mille strumenti, mille occasioni, mille opportunità, che probabilmente ci sono comode, ma restringono gli spazi della nostra immaginazione, della nostra fantasia e quindi restringono gli spazi del nostro sogno. Direi che la sfida che Voi giovani oggi dovete affrontare è di riuscire a sognare nonostante tutto, riuscire ad essere creatori, nonostante la pretesa che molti altri strumenti hanno di formarVi secondo gli interessi di questo o di quel soggetto economico, o di questo o quel soggetto politico, e così di seguito. Dovete, viceversa, appropriarVi del gusto, del lusso, della gioia di sognare e quindi di creare.

STUDENTESSA: Possiamo considerare il processo di virtualizzazione come una vittoria del sogno sulla realtà?

MASULLO: Ma la virtualità non sempre è una virtù; perché “virtuale”, Voi sapete, è un termine che viene dalla nomenclatura filosofica latina, che a sua volta riprende una nomenclatura filosofica greca e significa: ciò che è solo potenziale, ma non è reale. Oggi, col termine virtuale, si intende quel tipo di rapporto che non è un rapporto da persona a persona, l’una dinanzi all’altra fisicamente, ma è un rapporto, viceversa, mediato attraverso i simboli, attraverso le immagini, per esempio di Internet. È il rapporto in cui noi non ci possiamo stringere la mano, in cui io non posso né dare uno schiaffo né una carezza ad un altro, in cui non sento il profumo dell’altro. Quindi è un rapporto che rimane per certi aspetti virtuale, solo potenziale. Ecco, forse si può pensare ad una potenza di incremento del sogno attraverso la virtualità, soltanto se si può pensare che il ridursi del mio rapporto con l’altro ad alcuni elementi di lontananza e simbolici con la soppressione degli elementi di prossimità e fisici mi spinge poi a sostituire questa prossimità che mi manca con i sogni. Quindi, io mentre parlo con l’altro, sogno che l’altro ci sia. Però è certamente un sogno che sa molto di artificio e che può anche al limite essere uno di quei mostri che la ragione, quando dorme, genera. E questa volta mostro nel senso negativo e non nel senso anche possibilmente positivo. Che non significa che non bisogna servirsi di tutti gli strumenti che la tecnologia, e quindi il potere dell’ingegno umano produce, ma che bisogna sempre ricordarsi che per poter rimanere padroni di noi stessi, per quel tanto che noi possiamo essere padroni di noi stessi, bisogna governare razionalmente la nostra vita. E quindi governare razionalmente anche la nostra vita virtuale e fare in modo che a questa virtualità corrisponda la virtù, non nel senso moralistico della parola, ma nel senso classico: la virtù è il valore personale, il valore nella creazione, il valore nell’amore, il valore nella produzione di rapporti civili e di rapporti morali. Tutto questo è il nostro sogno, ma un sogno che noi, di volta in volta, dobbiamo impegnarci a tradurre in realtà. Solo a questa condizione ci accorgiamo che la nostra vita vale la pena di essere vissuta.

STUDENTESSA: È possibile immedesimarsi a tal punto in un sogno da non riuscire più a distinguerlo dalla realtà?

MASULLO: Certamente questo avviene; e non avviene soltanto nel rapporto tra lo stato di veglia e lo stato di sonno in cui il sogno ci è apparso. Avviene anche nel nostro rapporto con il sogno ad occhi aperti. Quante volte alla fine ci illudiamo di essere quelli che non siamo. E questo è un aspetto della patologia della nostra vita psichica, cioè il diventare prigionieri del nostro sogno. Io credo di essere un genio, sogno ad occhi aperti di essere un genio, e non riesco più ad accorgermi che non lo sono.

STUDENTESSA: Ma è negativo questo?

MASULLO: Certamente qualche pericolo lo comporta. Come tutte le droghe può anche avere un aspetto positivo, se, in determinate circostanze, come alcune circostanze di carattere sanitario prescrivono, per esempio, come assopimento di un dolore intollerabile. Ma il più delle volte poi la droga ci spinge alle cose più pazze e a perdere il senso della realtà. E quindi noi dobbiamo fare in modo che il sogno sia un principio di creatività e di vita, e mai una droga che ci porti alla devastazione e magari alla distruzione di noi stessi.

STUDENTE: Si può fare l’identikit del sognatore? E ci possono essere dei sogni pericolosi?

MASULLO: Ma l’identikit del sognatore è l’identikit che si dovrebbe fare di un tipo universale o per lo meno generale. Ma per quello che finora abbiamo più o meno rapidamente osservato, anche il modo di sognare è di ciascuno di noi, mai riconducibile al modo in cui sogna un altro. Ci sono degli schemi onirici, su cui, per esempio, è fondata una certa parte della psicoanalisi, ma sono schemi onirici. Il sogno che ciascuno sogna è sempre quel sogno che egli vive in quel momento, non è mai riconducibile al sogno di un altro. Certamente gli schemi si fanno perché ci aiutano a capire, ma non possiamo mai pretendere che quello schema sia in se stesso vero, per quello che noi ci attendiamo di conoscere. E quindi l’identikit del sognatore non lo si potrebbe fare, a meno che non si intenda per sognatore il personaggio che perde la percezione della realtà. Quello è un sognatore. Allora qui sognatore è usato in senso traslato. Non è più l’uomo che sogna, l’uomo che ha sognato questa notte, l’uomo che sogna ad occhi aperti nella vita quotidiana e in modo positivo. Ma il sognatore è quello che perde il senso della realtà. Allora, se noi volessimo fare questo identikit, potremmo anche pensare a quel celebre personaggio di cui parla Platone, che era un grande astronomo dell’antichità, Zenone, il quale però preso dal fascino dei corpi celesti, camminava e non si accorse di un fosso e ci cadde dentro. Sognatore è colui il quale facilmente diventa preda delle trappole della realtà. E, viceversa, se noi intendiamo per sognatore colui il quale ha la capacità di non appiattirsi sulla realtà così come essa gli è data, ha la capacità di non rinunciare a introdurre qualche elemento nuovo nella realtà, allora il sognatore è colui che ha una funzione positiva, perché riesce a introdurre nel mondo, innanzi tutto di ciascuno di noi, poi nel mondo comune, nel mondo circostante, qualche cosa che prima non c’era. Allora il sognatore diventa l’innovatore, colui che produce il nuovo. Questo naturalmente è più difficile che avvenga. Per di più il sognatore è quello che cade nel fosso di cui non si accorge perché insegue le sue immagini. Ma c’è anche il sognatore nel senso positivo. Anzi io augurerei a tutti Voi di essere sognatori in questa accezione, cioè di essere persone capaci di non appiattirVi sulla realtà così come essa Vi è data e, inseguendo un sogno significativo, cercare di modellare la realtà in forme nuove. In questo caso sarete pittori, sarete poeti, sarete scienziati, sarete conduttori di popoli, se avrete questa capacità di non appiattirVi, di non accettare passivamente la realtà.

Puntata realizzata con gli studenti del Liceo Classico “Umberto I” di Napoli
Puntata registrata il 23 febbraio 2001

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