Aldo Masullo – Pulcinella comincia finalmente a morire

pantareiA. Masullo | Testi0 Comments

Pulcinella comincia finalmente a morire 

Aldo Masullo

Dall’una all’altra delle incisioni qui raccolte il volto mascherato di Pulcinella in sistematica progressione ingrandisce, fino a invadere, nelle ultime, l’intero spazio pittorico e infine oltrepassarlo, lasciando immaginare che quanto della figura non più si contiene dentro di esso si nasconda sotto il margine bianco della cornice. Gioca qui per caso la psicologia di un’ossessione in cui, come al patologico culmine di un’intensa pratica figurativa, compulsivamente si esasperi l’accanimento ripetitivo del tema pulcinellesco?

Non mi sembra. Penso piuttosto che qui si tratti di una visionaria ma libera e liberatoria “intenzione d’arte” (di un “Kunstwollen”, direbbe Panofsky), di un consapevole progetto di dar visibile forma all’inquietante certezza che Pulcinella non è affatto “persona”, ovvero l’identità di una maschera, ma personaggio inidentificabile, vale a dire non contenibile in alcun definito comparto della realtà, e ciò per la semplice ragione che egli è il contenente, l’enigmatico tutto del mondo umano, l’inestricabile “matassa”, il magma in cui noi vivendo siamo immersi e quasi indistintamente disciolti.
L’esistenza non è il singolo che vive, ma l’impersonale “si vive” descritto da Martin Heidegger.
Pulcinella è l’esistenza dal punto di vista dell’ “Homo neapolitanus”.
Se l’immaginoso ingigantirsi della testa di Pulcinella oltre ogni limite grafico è ben mirata invenzione d’artista, allora quel volto-maschera, color di pece sul fiammeggiante rutilio dello sfondo, non è la “matassa” del mondo umano, dell’esistenza genericamente intesa, ma la sua napoletana specificità – il “purgatorio”.
La maschera di Pulcinella significa che il nostro presente quotidiano è l'”altrove”, il luogo delle animelle che, con goffa ingenuità raffigurate nelle edicole votive agli angoli di vicoli tenebrosi, dalla cintola in giù nel fuoco ma le braccia e i volti protesi verso l’alto, in atto implorante, tacitamente gridano ai vivi che Napoli è sì fuoco e cenere – inesauribile precarietà d’ogni valore – come il ventre nascosto del Vesuvio, ma tutto ciò non è l’ “inferno”, non è il dolore disperato dell’esser per sempre morti.
“Inferno” propriamente non è la ripetitività della pena eterna, bensì la pena dell’eterna ripetitività.
La cultura è la vivente storia – creazione dell’imprevedibile, rottura di ogni staticità, cambio creativo di fronte al metabolico ricambio della natura. Però, quando arresta il suo divenire e, chiudendosi in sé, fissa le sue forme in stereotipi, riproduttiva e non più produttiva, essa funziona come natura. Perciò ogni abitante di Napoli gioca il teatro dell’ esistenza nel modo più straordinariamente “naturale”: non ve n’è uno che non sia un Edoardo o una Titina.
L’ esistenza napoletana tuttavia non è l'”inferno”. Essa piuttosto è il “purgatorio” – antica, immemoriale, e ancor lunga, anzi lunghissima pena, ma non eterna.
Qui non c’entra, si badi bene, la “speranza”, la quale comporterebbe un progetto per cui lottare, ma soltanto la “pazienza”, la sedimentata fiducia che un giorno, non si sa quando né soprattutto come, la sofferenza dovrà pur cessare. “Adda passa ‘a nottata”! Qui sta l’estrema forza, che dentro il “purgatorio” napoletano consente non di vivere, cioè di attivarsi per produrre il nuovo, ma di sopravvivere. Essa però non è cieca, brutalmente istintiva, ma ha una sua umile e patetica ragione. Infatti un popolo intero, per la patita e mai cessata permanenza del male – non tanto i terremoti e le eruzioni, le epidemie e la fame, quanto le armi straniere e i rapaci baroni, l’orrore urbanistico e i camorristi prepotenti, la borghesia ottusa e cortigiana e i faccendieri politici – , nel profondo è convinto che peggio di così non si può stare. Se mai un giorno, chissà quando, sia pure non come effetto di un consapevole sforzo ma per la grazia di un prodigio, tutto si rovesciasse, ciò non potrebbe essere che per il meglio. Allora per un’arcana magia, come nelle favole di “Lo cunto delli cunti”, il generale soffrire si capovolgerebbe in un generale godere.
Dal punto di vista dell’esistenza napoletana, “rivoluzione” non vuol dire un decisivo gesto di uomini, ma un sovrumano miracolo. Quanto alla capacità umana, si è persuasi ch’essa possa produrre movimento, non cambio di vita.
In un recente romanzo di Giuseppe Montesano si esplora il “corpo di Napoli”, 1’ esistenza che vi pullula, il carattere dei suoi abitanti. Costoro, ci si chiede ironicamente, “si erano mai veramente ribellati a qualcuno in quella città ? o a qualcosa? […] Non stavano sempre attaccati alla famiglia, tutti insieme a odiarsi felici, figli di mamma fino a quando non morivano? […] Avevano subito tutto, da tutti, sempre […]. Avevano detto sempre di sì, ringraziato pure per la monnezza che gli davano da ingoiare, baciato mani e piedi a vivi e morti […]. Ma la tenacia, l’energia della cozza […] da qualche parte doveva pur stare! E dove? Dove si era nascosta l’energia della sopravvivenza? Solo sotto terra, solo là c’era spazio abbastanza”.
L’energia dell’esistenza napoletana è la “pazienza” resistente del mantenersi abbarbicati alla rassicurante immobilità della propria cultura, come lo stare della cozza, pur oscillando al moto del mare, attaccata al suo immobile scoglio. Lello Esposito puntualmente confessa: “Io sono forte solo se resto attaccato come una cozza allo scoglio, alla mia città”.
Il sottosuolo è, nella”esistenza” napoletana, il “purgatorio”. In qualche parte, in qualche “poro” della città, non accende forse la pietà dei vivi fiammelle di suffragio dinanzi ai cumuli d’ossa di antichi cimiteri?
Proprio a Napoli alla scienza sociale illuministica, che qui nel Settecento attinse livelli altissimi, la cultura popolare rimase purtroppo impenetrabile.
Al personaggio Pulcinella, come Lello Esposito suggerisce con ogni pezzo della sua opera, non le tecniche laboriose dell’invenzione si addicono, ma le magiche improvvisazioni delle “metamorfosi”, dove le cose, ogni volta mutando l’apparente forma, sempre nella sostanza restano medesime.
Come la vita naturale, mille volte trasformandosi, mai diventa altra da sé, così Pulcinella diventa uovo, vulcano, teschio e perfino, spogliato di maschera, uomo, eppure in ognuno di questi estrosi travestimenti resta sempre e soltanto Pulcinella – non una qualsiasi maschera-persona, bensì un proteiforme personaggio: uno e centomila ma, appunto perciò, nessuno.
Il che viene giocosamente espresso dall’artista nel fantasmagorico moltiplicarsi dei piccoli Pulcinella tutti uguali, che non si può dire se stiano divertendosi o tremando di paura mentre si lasciano trasportare sui “pesi” che il Pulcinella grande trascina, si aggrappano alle sue spalle come gli Ulissidi ai giganteschi velli del gregge di Polifemo, si stravaccano ai piedi di un “Albero blu” e si aggrappolano sui suoi rami, traballano disorientati sulla lignea schiena di un mobile “ciuccio di Troia”.
L’impressione di un incessante proliferare dei piccoli Pulcinella ci restituisce con aggressiva ironia il drammatico paradosso dell’esistenza napoletana, dove tutto in un’intensa eccitazione si muove ma nulla mai cambia.
Nella figura di Pulcinella si concentra la bloccata tensione di una straordinaria cultura, che ormai esibisce di sé una storia impietrita come, nei preparati anatomici del principe di Sangro, le trame di vasi senza circolazione di sangue, e di nervi senza scorrimento d’impulsi.
Con il passo provocatorio delle sue fantastiche variazioni sull’unico tema Lello Esposito, esasperando in apparenze metamorfiche l’irredimibile “ripetitività” del vecchio Pulcinella o, in ultimo, dilatandone la figura fino a toglierle ogni concreta significatività, ne intacca l’immobile contesto culturale, introverso e chiuso, e vi riapre varchi alla vivificante irruzione della storia.
A questo punto Pulcinella comincia finalmente a morire.

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