Aldo Masullo – Poesia e ragione

pantareiA. Masullo | Testi0 Comments

Il Grillo (22/12/1997)

Aldo Masullo

Poesia e ragione

STUDENTE: Esistono dei canoni in base ai quali giudicare una poesia? Da cosa vengono stabiliti questi canoni, dalla ragione o dal sentimento?

MASULLO: Questa è una domanda con la quale si entra nel vivo del nostro dibattito. Si tratta di un antichissimo problema: quali sono le regole secondo cui una poesia deve essere composta e valutata? Naturalmente, quando si parla di canoni, non si può non pensare a quella funzione sovrana dell’uomo che è la ragione. Qualunque cosa vogliamo stabilire, la stabiliamo attraverso la ragione. Quest’ultima non deve però essere considerata come una sorta di divinità che vive al nostro interno e che ci svela la verità: essa coincide piuttosto con il ragionare, e si manifesta attraverso il dibattito e il dialogo. La ragione è quindi un’attività, e non un’entità. Sarebbe ovviamente impossibile poter trovare le regole che guidano la composizione e la valutazione della poesia se esse fossero emanate da una divinità immobile e superiore. La ragione, invece, è data da noi stessi, dal nostro discorso, dal processo storico a cui facciamo riferimento e dalla vita di una cultura. Per tale motivo anche i canoni variano di epoca in epoca, assecondando le diverse fasi di una cultura e di una civiltà. La nozione di canone, quindi, non può non suscitare qualche imbarazzo: tutti i canoni sono arbitrari e valgono per quel piccolo gruppo di persone che li ha stabiliti.

STUDENTESSA: Per fare poesia è necessario avere una particolare predisposizione d’animo, oppure basta soltanto una conoscenza tecnica?

MASULLO: Anche questa è una domanda interessante, e sposta il nostro discorso nell’ambito del rapporto tra poesia e letteratura. Quest’ultima è il luogo in cui si sedimentano i prodotti dei cosiddetti “letterati”, o anche “scrittori”. La letteratura non è altro che l’insieme delle scritture che hanno una loro valenza e una loro intenzione artistica, e la poesia fa parte di questo insieme: essa è una forma di scrittura, è pura e semplice letteratura. A questo punto, però, entra in gioco un terzo personaggio: l’arte. Cos’è l’arte? Essa può essere – come, ad esempio, nel modo antico – la capacità di fabbricare una cosa nel modo più adeguato al suo uso: l’arte di un calzolaio, quindi, è quella di fabbricare le scarpe nella maniera più comoda. In seguito l’arte si trasforma in arte nobile – “l’arte bella” – e diventa la capacità di scrivere delle novelle, dei racconti e dei poemi. Può l’arte – il cui significato coincide con quello di “artificio” e, indirettamente, con quello di “tecnica” – di per se stessa comportare la poesia? O meglio: è possibile affermare che tutta l’arte è poesia? Sicuramente l’arte del calzolaio non può essere considerata poesia. Ma non lo è neppure quella di un grande oratore del calibro di Cicerone: le sue orazioni possono essere valutate come “belle” perché, nel loro genere, risultano molto ben fatte e perché ottengono il loro scopo: quello di convincere. In questi casi l’arte coincide con la capacità di costruire adeguati strumenti. Tornando alla poesia, bisognerebbe innanzitutto dire che essa non è un genere letterario: sicuramente non possiamo non affermare che esiste un genere letterario chiamato “poesia”, ma non dobbiamo mai dimenticarci che la poesia può anche essere contenuta in un quadro o nel gesto di una donna che accarezza un bambino. Dunque, la poesia travalica i limiti della letteratura e della scrittura per proiettarci nell’ambito della vita. A questo punto, però, non posso esimermi dal citare le parole di Hugo von Hofmannsthal, il quale affermò che il poeta non rappresenta la realtà, e non persegue nemmeno la conoscenza o la verità dell’essere, perché: “Esso non fa altro che inseguire i propri sogni”. Tramite tale affermazione entra in gioco un altro elemento: il rapporto tra la poesia e il sogno. La poesia è certamente un’attività umana e rappresenta una dimensione della nostra esperienza; essa, però, si apparenta a molte altre cose: all’arte, alla tecnica, alla letteratura, al sogno. Cosa significa che il poeta “vede i propri sogni”? È un’affermazione che si contrappone alla visione della poesia come “ricerca della verità”. I sogni non sono una verità, e non sono neanche la realtà di cui il discorso dello scienziato dovrebbe dirci la consistenza. Ma, allora, cos’è la poesia? Questo è il problema.

STUDENTE: Qual è il rapporto tra poesia e ricerca della verità?

MASULLO: Per rispondere a questa domanda occorrerebbe per lo meno lo spazio di un corso universitario: un anno intero di lezioni. Però, poiché ci siamo ripromessi di discutere in modo semplice della questione, possiamo anche cominciare a fornire qualche risposta. Hofmannsthal disse che nel poetare si tende soprattutto a cogliere i propri sogni, e abbiamo sottolineato come questi ultimi non abbiano nulla a che fare con la verità. Ma essi – ce lo insegnano anche gli psicanalisti – sebbene non ci descrivano la verità delle esperienze che viviamo in stato di veglia, si riferiscono pur sempre alla verità che appartiene al nostro animo nel momento in cui dormiamo; quando, apparentemente, la nostra coscienza è assopita. A cosa si riferisce Hofmannsthal quando parla dei sogni? C’è, in lui, un rapporto tra il poeta e le “cose”? Oppure, secondo la sua esperienza, il poeta è chiuso nell’isolamento dei propri sogni? Quando si parla di sogni, di solito ci si riferisce anche ai cosiddetti “sogni ad occhi aperti”, quelli a cui ci abbandoniamo da svegli. Cosa sono, esattamente, i sogni ad occhi aperti?

STUDENTESSA: Forse consistono di verità soggettive.

MASULLO: Esatto: sono verità soggettive. Ma, in quanto “soggettive”, come possono essere definite “verità”? Quando si parla di verità, ci si riferisce ad un qualcosa che è tale per tutti, indistintamente ed oggettivamente. Nel momento in cui tiriamo in ballo una verità soggettiva, invece, siamo portati a chiederci se quest’ultima non sia qualcosa di totalmente arbitrario e casuale. Ciononostante Lei ha ragione: lo stesso Hofmannsthal aveva bene inteso che i sogni – compresi quelli ad occhi aperti – sebbene soggettivi, possono lo stesso essere descritti come “verità”. Come verità soggettive, appunto.

STUDENTE: Perché il poeta comincia a scrivere? Se il fine della poesia è esclusivamente personale, perché si continuano a scrivere e a pubblicare poesie?

MASULLO: Questo è il punto: perché si scrivono poesie? C’è qualcuno di voi che vuol provare a darmi una risposta? In questo caso non ci sono risposte vere.

STUDENTESSA: Credo che il poeta sia spinto a scrivere da una sua fortissima necessità personale: la poesia è il suo modo di comunicare un proprio sentimento.

MASULLO: E se non la pubblicasse, né la leggesse, a chi comunicherebbe il suo stato d’animo?

STUDENTESSA: Forse a se stesso.

MASULLO: Perché dovrebbe sorgere il desiderio di comunicare con se stessi? Se siamo noi stessi, già conosciamo ciò che ci vogliamo dire.

STUDENTESSA: Quest’esigenza non potrebbe essere tradotta come la voglia di dare forma ad un determinato sentire?

MASULLO: In parte sì, anche se tale motivazione dovrebbe essere descritta in maniera più appropriata. In precedenza abbiamo fatto riferimento al rapporto tra la poesia e la parola; riprendendo tale discorso, vorrei aggiungere che la parola è la condizione fondamentale per essere noi stessi, perché senza di essa non riusciremmo a pensare e non saremmo neppure capaci di percepire noi stessi per quelli che siamo. Non di rado, quando si è soli con se stessi, si prendono alcuni appunti delle idee che passano per la testa: se non esistesse la parola, non si potrebbero prendere tali appunti e non si avrebbe la possibilità di costruire un proprio discorso. Se in questo momento pensate a qualcosa, ciò avviene perché ieri avete pensato a qualcos’altro che ha reso possibile la parola e il pensiero di oggi. E se oggi non fermaste il vostro pensiero, domani non potreste continuare a pensare, perché tutto si annullerebbe e vi sarebbe impedito di crescere nella vostra esistenza. Abbiamo iniziato ad essere uomini – sia da un punto di vista individuale che collettivo – nel momento in cui abbiamo iniziato a parlare. Vi sono state delle civiltà che, sebbene fossero prive della scrittura, sono riuscite a tramandare oralmente la loro cultura: si mandavano a memoria delle parole tramite le quali poter crescere. Con l’avvento della scrittura – fortunatamente – non c’è stato più bisogno di uno schiavo che imparasse a memoria tutto quello che era stato detto, pensato o fatto. La prima “comunicazione” è quella che avviene con noi stessi: ciò avviene non tanto per riempire il vuoto che potrebbe crearsi “tra noi e noi”, quanto perché il nostro stesso essere quel che siamo non sarebbe nulla se non si incarnasse nella parola.

STUDENTE: Mi sembra di capire che, in ultima analisi, la poesia è dettata dal sentimento. Tuttavia a me sembra che essa sia anche strettamente legata alla ragione: una poesia senza sentimento risulterebbe fredda, ma una poesia senza ragione sfocerebbe nell’irrazionale. Lei crede che per avere una buona poesia questi due elementi siano parimenti necessari?

MASULLO: Certamente sì, anche se mi guarderei dal parlare di questi due elementi come se fossero il prezzemolo e il pomodoro necessari per fare una buona salsa. A questo proposito vi vorrei far ascoltare un’intervista a Gianni Vattimo, che è professore di Estetica e che penso possa aiutarci nello sciogliere la questione da Lei avanzata.

VATTIMO: Heidegger chiama l’opera d’arte “messa in opera della verità”. In questa affermazione c’è la base per la possibilità di parlare di poesia, di antologia, di poesia e filosofia, di poesia e di verità e, naturalmente, di arte. Cosa si intende col dire che l’opera d’arte è la “messa in opera della verità”? È ovvio che per parlare di arte in questi termini bisogna possedere una certa concezione della verità: in Heidegger tale concezione non coincide con quella della corrispondenza di una proposizione con uno stato di cose. Molto spesso la tradizione ha parlato di “verità della poesia” in riferimento alla concezione di cui sopra: la verità consiste in un’enunciazione vera di stati di cose. Si voleva concepire la poesia conformemente al motto latino che recitava: miscere utili dulci. Ciò significa che nella poesia possiamo dire delle verità se e solo se descriviamo come stanno le cose e trattiamo dell’essenza dell’uomo e delle leggi morali. Risulta più efficace parlare in versi di certi argomenti perché in tal modo la gente li assimila meglio. Quando Heidegger parla della “messa in opera della verità”, invece, si stacca da questa tradizione. Per lui la verità, prima di essere la descrizione oggettiva di uno stato di cose, è l’apertura ad un orizzonte di possibile descrizione dello stato di cose: noi descriviamo uno stato di cose usando degli strumenti, dei termini, dei paradigmi e dei presupposti che sono alla base delle possibilità che possediamo per scrivere in modo veritiero di quello stato di cose. Ma il sistema dei presupposti in base ai quali possiamo descrivere validamente lo stato di cose, precede la concezione che vede nella verità una corrispondenza della proposizione alla cosa. Tale sistema, a sua volta, difficilmente diviene oggetto di una descrizione vera perché, per essere descritto veridicamente, avrebbe bisogno di un altro sistema di presupposti, e via di seguito. La poesia non dice verità a livello della proposizione corrispondente all’oggetto: essa esprime, rappresenta, mostra – in tal caso è difficile trovare un verbo adeguato – la verità dell’orizzonte a cui apparteniamo quando diciamo delle singole verità.

MASULLO: Credo occorra qualche parola di commento al discorso di Vattimo. Egli cita Heidegger riguardo al tema del rapporto tra poesia e verità, un tema ispiratomi dalla Sua domanda: Lei ha infatti affermato che per dar luogo alla poesia sono necessari tanto la ragione, quanto il sentimento. A questo proposito non posso non ricordare una formula della filosofia crociana, secondo la quale la poesia – o, più in generale, l’arte – è intuizione di un sentimento, è la conoscenza di un sentimento ad un livello diverso rispetto a quello intellettuale. In tal modo il sentimento verrebbe a costituire il contenuto dell’opera d’arte, e il discorso di Vattimo – nel momento in cui egli richiama Heidegger – sposterebbe tale questione su un piano più generale: quello del rapporto tra la poesia e la verità, nel quale quest’ultima consiste nel dire ciò che veramente è lo stato delle cose. Secondo Heidegger ogni verità – nel senso comune, o anche scientifico, della parola – è data dal rapporto tra quello che diciamo e le cose. Ma come potremmo fare una qualsivoglia affermazione sulle cose se non possedessimo già un corredo di strumenti e se non avessimo già imparato delle nostre madri la lingua italiana? La tesi heideggeriana afferma che la poesia è verità nel momento in cui si muove e fa emergere queste realtà sommerse, che sono alla base della nostra capacità di pronunciare proposizioni vere. Tali realtà non sono a loro volta sottoponibili a verifica mentre, viceversa, lo sono tutte le affermazioni di carattere empirico o astrattamente razionale. La poesia diverrebbe una funzione di verità perché metterebbe in evidenza ciò che sta a monte del nostro stesso modo di pensare e di parlare, di ciò che costituisce la nostra soggettività e, in qualche misura, il nostro sentimento. Su quest’ultimo punto gradirei sentire la vostra opinione.

STUDENTESSA: Ritengo che la poesia sia l’espressione di una percezione soggettiva della realtà: essa non esprime la realtà delle cose, ma come queste ultime vengono sentite da un particolare individuo. Si tratta di vera poesia nel momento in cui si riesce ad esprimere nel modo più appropriato tali impressioni, tramite un uso congruo della parola. In tal modo, anche se i sentimenti da cui è scaturita una determinata poesia appartengono essenzialmente a chi l’ha composta, essi possono benissimo essere intesi da molte altre persone. Ciò avviene anche perché, probabilmente, il vero poeta è l’unico ad avere la capacità di esprimere bene ciò che innumerevoli altri individui pensano e sentono.

MASULLO: Lei sottolinea il fatto che la poesia è un’opera di verità perché fa emergere ciò che veramente sentiamo ma che, purtroppo, non riusciamo ad esprimere in parole. Non pensa, però, che se veramente volessimo intendere la poesia in tal modo, essa diverrebbe troppo simile ad altre operazioni umane, in particolar modo a quelle che hanno la funzione di comunicare?

STUDENTESSA: Penso, comunque, che la poesia non comunichi tanto il senso delle cose oggettive, quanto un qualcosa di ulteriore.

MASULLO: Forse Lei vorrebbe intendere che l’oggetto della poesia come verità sono i nostri sentimenti. Desidererei comunque farLe notare che nel momento in cui diventano oggetto di una comunicazione, anche i nostri sentimenti potrebbero trasformarsi a loro volta in cose. “Cosa” non significa necessariamente “oggetto materiale”: “res” è tutto ciò che è reale è che fa parte della vita e dell’esperienza. In tal senso la poesia diverrebbe di nuovo ciò che gli antichi chiamavano mimesis, ovvero “imitazione”: con le mie parole ben congegnate “riproduco” i sentimenti che albergano in me. In questo modo, però, la poesia perde la sua specificità, ciò che la distingue da ogni altra attività intellettuale umana e che la rende diversa perfino da tutte le altre forme di letteratura: lo stesso romanziere, infatti, cerca di documentare la realtà, sia pure in forma trasfigurata. Voi pensate che anche il poeta documenti la realtà in forma trasfigurata, sebbene la realtà che descrive sia soggettiva? O, al contrario, credete che la sua attività consista in qualcos’altro?

STUDENTE: Se la poesia è prevalentemente espressione del singolo, essa non può avere una funzione collettiva e sociale.

MASULLO: Io ho negato che la poesia sia espressione del singolo. Così come non si tratta di “comunicazione”, allo stesso modo essa non può essere ridotta ad “espressione”, perché in ambedue i casi avremmo a che fare con un contenuto: il sentimento. “Il sentimento viene espresso”, è soltanto un modo più lirico per intendere che lo stesso sentimento viene comunicato. Ancora una volta, la poesia si ridurrebbe a una sorta di registrazione atta a comunicare, abbellire, produrre. “Produrre” deriva da ducere pro, ossia “portare davanti a sé”: la poesia, invece, ha probabilmente un’altra valenza.

STUDENTESSA: Ma allora qual è la valenza della poesia? A me pare che Lei stia distruggendo ogni nostra ipotesi senza fornirci alcuna risposta.

MASULLO: L’analisi filosofica serve a distruggere certe conoscenze, e non a produrle: la confusione che Lei sta provando corrisponde perfettamente al potere della filosofia e del giudizio critico. Tenterò comunque di trarre qualche conclusione: sebbene le incertezze si rivelino spesso utilissime, riconosco che averne troppe non produce ottimi risultati. “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” è una celebre poesia di Ungaretti – intitolata Soldati in guerra – composta da un solo verso, quello che vi ho appena citato. Se la si prova a spiegare, risulta abbastanza banale: i soldati in guerra sono come delle foglie in autunno perché stanno sempre sul punto di cadere. Tramite tale parafrasi ci potrebbe sembrare di aver affermato una cosa vera, che corrisponde all’esperienza di chi si trova in guerra. Ma non si tratta di prosa, bensì di poesia. Nel momento in cui la declamo – non bisogna mai scordarsi che la poesia è voce, dizione, canto, ritmo e scansione, e che la scrittura serve soltanto a ricordarla – mi rendo conto che essa va preparata attraverso il silenzio e va seguita dal silenzio: il silenzio non è dicibile. Andando molto indietro nel tempo, potrei anche citare dei versi di un’altra poesia “Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia. Chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza”. Se traduciamo in prosa queste parole, ci accorgiamo di nuovo che esse esprimono un’idea abbastanza banale. Dette in forma poetica, invece, riescono non tanto ad evocarci qualcosa che abbiamo già sentito – esse, infatti, non “esprimono” – quanto a farci vivere un nostro rapporto con la realtà, in questo caso quello della fugacità del tempo. Tramite la poesia richiamiamo l’attenzione di chi ci ascolta sul cono d’ombra che è il nostro vivere le cose. Ecco perché la poesia non consiste tanto nella ricerca della verità delle cose, quanto in “un sommesso esistere come silenziosi fratelli delle cose”. Essa non è né comunicazione, né espressione, né tanto meno verità: è vita nel suo modo più intenso, è sollecitazione alla creazione più che creazione in sé e per sé, è grazia e incantesimo. In un mondo come il nostro, nel quale veniamo sommersi da forze tecnologiche spesso utili e talvolta dannose, dove viviamo con estrema velocità e dove non possiamo fare a meno delle macchine, talvolta è necessario fermarsi un istante e lasciare che il tempo rimanga sospeso, in modo che il buco buio della nostra esistenza venga circoscritto dalle nostre parole.

Puntata registrata al liceo classico “Genovesi” di Napoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *