Aldo Masullo – Per una critica dell’immagine

pantareiA. Masullo | Testi0 Comments

Roma, 21-02-96

Aldo Masullo

“Per una critica dell’immagine”

SOMMARIO:

Nella civiltà dei consumi e dei mass-media Masullo vede il pericolo di una frantumazione dell’esistenza ad opera degli strumenti di distrazione e di divertimento; nella successione rapida delle immagini televisive, prive di continuità narrativa, scorge la manifestazione di una dissoluzione del nostro tempo e della nostra coscienza in una disorganica molteplicità di istanti, che provoca una sorta di ebbrezza e di “estasi della contingenza”. In questa situazione di banalità e di minaccia alla presenza dell’io, il bisogno di filosofia può essere interpretato come la richiesta di una istanza di ordine e di identità

INTERVISTA:

Prof. Masullo, nella videosfera non ha più senso parlare di spettacolo: non si è più davanti all’immagine, ma nel visuale. Il flusso delle immagini non è più propriamente oggetto di visione, di contemplazione. Il verbo che esprime il nuovo rapporto tra soggetto e oggetto è: navigare. La pratica dello zapping non fa che aumentare il gioco della casualità e della contingenza, senza uscire dalla forma-flusso. Come può ancora l’occhio ritirarsi da ciò che vede, prendere le distanze e produrre quello sguardo critico che è il presupposto di ogni riflessione? Forse paradossalmente passando dall’altra parte del tubo catodico, guardando nella videocamera?

Quello che si osserva oggi è una sorta di dispersione, di dissipazione della esistenza in una miriade di occasioni dovuta alla moltiplicazione degli strumenti di distrazione, di divertimento, in una miriade di occasioni, come si dice oggi, consumistiche. E’ come se l’uomo si trovasse sempre più fortemente e velocemente esposto a consumare e, consumando, consumarsi. Io sono sempre molto impressionato da ciò che avviene quando si guarda la televisione: quasi nessuno riesce ormai a resistere alla tentazione di utilizzare il telecomando e si diverte a un certo punto a premere i pulsanti il più rapidamente possibile, cambiando il più rapidamente possibile i canali finché – forse è capitato perfino a noi stessi- perde interesse la narrazione continua che si svolge all’interno di un programma televisivo e spezziamo tutti i programmi possibili in tanti frammenti che mescoliamo nella successione casuale in cui ci troviamo a lasciarli scorrere innanzi a noi. E questo provoca una sorta di ebbrezza che io chiamo “estasi della contingenza” perché non c’è più nessuna necessità narrativa da cui ci lasciamo prendere, ma c’è soltanto questa dedizione ed esposizione alla occasionalità di successioni rapidissime. E’ come se il nostro tempo – che è tempo di vita, di sequenze collegate, di mediazioni, di narrazioni – questo nostro tempo lo perdessimo dissipandolo in una molteplicità di istanti ciascuno senza relazione con l’altro. Questo caso limite è in qualche modo il sintomo del tipo di cultura entro cui siamo immersi, una cultura sempre più forte per la potenza delle sue costruzioni e che, paradossalmente, rende l’individuo sempre più debole di fronte alle potenzialità di quelle costruzioni. Accanto però a questo fenomeno che è un fenomeno di estrema frantumazione dell’esistere e quindi di perdita del senso stesso dell’esistere in una ebbra molteplicità di occasioni senza rapporto tra di loro, noi assistiamo anche a un continuo avanzare, a un continuo erompere di richieste di filosofia. Basta che leggiamo un qualsiasi giornale orotocalco o una qualsiasi rivista anche di quelle che corrono a titolo di pura e semplice informazione, per notare la sempre più forte necessità di interrogazione: i lettori che scrivono, gli ascoltatori che vogliono essere sentiti, se non addirittura visti in televisione. Questo bisogno secondo me non è tanto un bisogno di protagonismo, che pure avrebbe il suo significato come contromanovra rispetto al rischio della dissipazione, quindi una sorta di conquista della propria identità mentre questa si va dissolvendo, quanto piuttosto il bisogno di introdurre un elemento chiarificatore e quindi critico e filosofico anche nelle vicende più banali della nostra vita.

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