Aldo Masullo – Brunomania: siamo figli di quel rogo

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Il Mattino Online

Aldo Masullo

Brunomania: siamo figli di quel rogo

A quattrocento anni esatti da quel 17 febbraio del 1600, in cui Giordano Bruno, condannato dal Santo Uffizio fu arso vivo in Roma, ancora non possiamo sottrarci al bisogno di misurarci con quella vicenda. Nel 1888, un articolo dell’autorevolissima “Civiltà cattolica” deplorava che in Italia, ad opera di studiosi e pensatori (da Francesco Fiorentino a Bertrando Spaventa), la figura di Bruno fosse stata “mitizzata”, e per l’occasione coniava il malizioso termine di “brunomania” come a dire che la cultura laica si era lasciata infatuare da una volgare moda anticlericale. Ora, gli esordi del 2000, sulla medesima “Civiltà cattolica” appare un articolo, in cui il padre gesuita Giovanni Sala plaude all’occasione di “approfondire in un clima sereno e dialogico il pensiero e la vicenda personale del filosofo nolano”. Il saggista cattolico conclude senza evitare la scabrosa questione del rogo. Sul piano del “giudizio storico-giuridico”, egli si appella ai risultati della stessa storiografia laica degli ultimi sessant’anni, la quale certifica sul caso “il più rigoroso rispetto delle norme procedurali che regolavano il processo accusatorio”. Ma sul piano del “giudizio etico-morale” – e qui manifesta la straordinaria rottura con il passato – il padre Sala non esita a pronunciare l’inaudita ammissione. “Il credente non può che sentire dolore e insieme esprimere viva riprovazione per tutte le volte (e sono state purtroppo tante nella storia della Chiesa) in cui la verità cristiana è stata imposta coercitivamente alla coscienza (spesso da uomini sinceramente credenti) o peggio ancora per tutte quelle volte in cui nel nome di Cristo si sono accesi roghi o sguainate spade”. A questo punto la lodevole “riprovazione” espressa sulla vicenda di Bruno e su tutte le altre analoghe, che non sono poche, sembra non possa non rifluire dal piano religioso e morale sul piano stesso storico-giuridico. Si pone l’inquietante domanda di fondo, se proprio sul terreno delle scelte istituzionali la Chiesa, incorporandosi nella “legalità” della pretesa giuridica di fedeltà religiosa a pena di tortura e di morte, non abbia tradito la sua originaria “legittimità” evangelica. Al di là della tragica scenografia del processo e del rogo, così come del resto al di là delle interminabili polemiche sulla classificazione del pensiero bruniano (disegno di forma religiosa e civile, o immanentismo razionalistico o monismo irrazionalistico), in noi resta insopprimibile la domanda se vi sia e quale sia il rapporto nostro, di uomini del nostro tempo, con la figura di Bruno e con il suo tempo. Colpisce per esempio il fatto che un importante editore nazionale pubblicizzi un nuovo libro su Bruno, presentandolo come un lavoro sul grande “mago”. Certamente non si è mancato in alcune interpretazioni anche recenti e autorevoli di considerare Bruno come “mago”, ma con ciò si alludeva al “mago” inteso nel senso rinascimentale di evocatore di un’antichissima sapienza “ermetica” e di esperto delle forze vitali operanti nella natura. Ridurre invece il termine a far da richiamo per meno provveduti ma più numerosi lettori, è il sintomo di un malessere del nostro tempo, segnato da una grande confusione culturale ed esistenziale, in cui, smarrite le antiche sicurezze e impotenti a sorgere le nuove, vacillando soprattutto la fiducia nella ragione, ci si abbandona facilmente a illusori allettamenti di arcane salvezze. Salta allora agli occhi come la condizione del mondo d’oggi somigli per alcuni rilevanti tratti a quella del mondo di Bruno, e si comprende come il progetto del “mago” Bruno fosse di sconfiggere le credule magie delle favole attraverso una comprensione razionalmente adeguata della nostra umanità nel contesto di una realtà naturale, della quale siamo intimamente partecipi e dalla quale tuttavia ci solleviamo con la forza della nostra ragione. Qualche recentissimo interprete ha ripreso il vecchio motivo di una Chiesa che difenderebbe il razionalismo speculativo della scolastica contro il ritorno di suggestioni irrazionalistiche pericolosamente espresse da Bruno. A dissipare questa vaporosa ipotesi basta l’avvertenza della più innovativa e autorevole sostenitrice del Bruno “mago”, la Yates, la quale ha messo in piena evidenza come appunto la ripresa bruniana della “tradizione ermetica dell’immaginazione” preparasse “la via che condusse Cartesio a varcare quella frontiera interiore”, posta fino ad allora a precludere al rigore della ragione l’investigazione della vivente natura, e come con ciò si aprisse la porta alla scienza meccanicista di Newton. Se dunque Bruno fu un “mago”, lo fu in un significato progressivo. Il mondo dell’età di Bruno, segnato dalle scoperte geografiche, dalla rivoluzione dei prezzi, dalle spietate guerre tra le confessioni cristiane nella difficile transizione dall’ordine feudale alle monarchie assolute, fu certamente lacerato dalla contraddizione tra il moto centrifugo dei molteplici impulsi e la necessaria rifondazione della coesione sociale. Qui è il centro della ricerca bruniana. Le prime disastrose prove della colonizzazione europea nei territori americani ponevano drammaticamente il dilemma se il bene morale dipendesse dalle leggi della società civile, e quindi dal processo storico, o non piuttosto dalla naturale disposizione dei popoli cosiddetti “selvaggi”. Bruno non si lasciò catturare da nessuna delle due alternative, ma sviluppò criticamente la convinzione che, se da un lato la natura ha fornito all’uomo una serie di straordinari strumenti fisici e mentali, dall’altro lato solo attraverso un adeguato esercizio di questi strumenti possono costruirsi gli ordini morali. I “vincoli” umani hanno nella natura la loro radice cioè la condizione necessaria, ma soltanto nel faticoso operare storico, attraverso i processi della cultura, essi possono dispiegarsi in ordini civili. La nostra attuale umanità, soprattutto nella convulsa accelerazione degli ultimi decenni, si ritrova anch’essa colpita e disorientata dall’urto tra l’universalmente dichiarato principio dei “diritti” umani e la crescente atomizzazione dei particolarismi dei gruppi e degli individui. In questa drammatica esperienza Giordano Bruno ci è ancora indimenticabile compagno.

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